Fade In: From Idea to Final Draft – The Writing of Star Trek: Insurrection (recensione del libro)

Fade In: From Idea to Final Draft – The Writing of Star Trek: Insurrection è un libro scritto da Michael Piller e che la Paramount non ha mai permesso di pubblicare (qui la scheda su GoodReads). Piller ha lasciato questo mondo nel 2005 e i trekkie di TrekCore hanno diffuso una versione del libro per rispettare il desiderio di Piller che vedeva questo suo scritto come un ultimo regalo ai fan di Star Trek e a tutti gli scrittori e sceneggiatori (o aspiranti tali) in generale.

Michael Piller è stata una delle figure più importanti di Star Trek negli anni Novanta e ha lavorato a ben tre serie differenti: The Next Generation (di cui è stato showrunner dalla terza alla quinta stagione), Deep Space Nine (che ha creato e ha guidato per le prime due stagioni per lasciarla poi nelle capaci mani di Ira Stephen Behr) e Voyager (anch’essa creata da lui e di cui rimase showrunner per i primi due anni).

Piller è stato anche l’artefice di una politica unica nel suo genere, quella di accettare di ricevere copioni da chiunque e di riservarsi il diritto di comprarli per i vari episodi delle serie di cui era responsabile. Alcuni sceneggiatori (tipo Rene Echevarria, per dirne uno) trovarono lavoro grazie a questa politica! Insomma, se Star Trek è ciò che è lo dobbiamo sicuramente alle menti creative dei vari Gene Roddenberry ma anche a Michael Piller, così come a Jeri Taylor, Brannon Braga, Rick Berman e Ira Stephen Behr, giusto per menzionare i primi che mi vengono in mente.

Tornando al libro oggetto di questo post: Fade In è la cronaca incredibilmente precisa e dettagliata della creazione di Star Trek: Insurrection, il nono film del franchise e penultimo prima che venisse azzerato dal lavoro di J.J. Abrams (pessimo, per quanto mi riguarda). Nel libro, Piller descrive la sua idea iniziale, di come sia stata fatta a pezzi dalle interferenze di produttori e attori (le due star del cast: Patrick Stewart e Brent Spiner), di come abbia dovuto creare un’altra storia, di come anch’essa sia stata criticata fino all’eccesso, e di come il copione finale sia uscito bene o male dalla fusione di quelle due idee diverse e tenendo in conto le decine di commenti ricevuti. E poi di come il tutto si sia dovuto adattare all’esigenza di tenere il budget sotto un certo limite imposto dalla Paramount.

Piller riporta tutto il processo con tanto di date, corrispondenza tra lui e produttori/attori/regista (Jonathan Frakes) e pensieri personali ad accompagnare il lettore in quello che è un affascinante viaggio nella macchina creatrice di film chiamata Hollywood.

Personalmente, ho visto molti paralleli tra questo processo creativo e la scrittura di un articolo scientifico: prima ti confronti coi coautori e ci scrivi qualcosa insieme, poi sottoponi il tuo paper ad una rivista scientifica, ne aspetti un feedback, modifichi il lavoro in base al feedback ricevuto, speri che l’editore accetti ciò che hai fatto e pubblichi il tuo articolo. Piller ha scritto un copione confrontandosi con il suo produttore Rick Berman, ha ricevuto feedback dalle star e dai produttori della Paramount, ha dovuto cambiare la sua sceneggiatura tenendone conto, e poi ha aspettato che uscisse il film per vedere quanto della sua idea risultasse nel prodotto finito. Che poi la prima idea fu massacrata perché usava i romulani che a quanto pare nessuno voleva vedere più, e invece nel film successivo (Nemesis) ecco i romulani: mah…

Fade In mi ha appassionato. Leggerlo è stato come entrare negli studi Paramount, capire come si crea un film, come si passi dalla visione di un autore ad un prodotto a cui lavorano centinaia di persone. Particolarmente illuminanti i passaggi sui test screening, ma quello che mi ha stupito di più è stato capire come Patrick Stewart abbia capito poco, per quanto mi riguarda, di cosa renda Star Trek ciò che è. Tra le righe dei suoi commenti io ho letto: “Ho voglia di divertirmi, non voglio fare un personaggio tormentato e serio, quello l’abbiamo fatto nella serie, nei film si fa altro.” E capisco che i film debbano aspirare ad attrarre un pubblico più vasto dei soli fan della serie, ma non è stravolgendo la natura dei suoi personaggi che ci riuscirà! Anzi, credo sia proprio questo che rende i film di The Next Generation così deboli comparati ai sei film con Kirk e soci, che usavano benissimo i personaggi creati nella serie originale.

Insomma, Fade In è un libro che consiglio a chiunque voglia capire come si crea un film, e ancor di più se vi piace Star Trek. Nonostante la Paramount, il file in versione pdf del libro si riesce a scaricare online e, non essendo pubblicato in altro modo (anche se la vedova di Michael Piller ha tentato di farlo uscire anche recentemente), vi invito a farlo e a dargli un’opportunità. Io l’ho trovato appassionante. Ciao!

PS: Riporto questa perla che riassume in poche parole perché il cinema d’azione degli ultimi venti anni è per la maggior parte di qualità infima (la mia traduzione è subito dopo). “Thereʼs a new kind of action writing in Hollywood that I simply donʼt know how to do. It begins – even before a word is put down on paper – with identifying “set pieces”, big self-contained action moments that are thrilling and memorable, and then finding some way to string all your set pieces into a coherent narrative. The theory is that audiences are really coming for the “eye candy” — to see how weʼve filled the screen with awesome visuals and special effects. Set pieces sound great in pitches and make for good coming attractions but in my opinion, this approach almost never results in a good movie because it abandons the fundamental demands of story-telling.
In italiano: “C’è un nuovo modo di scrivere film d’azione a Hollywood che io non sono capace di seguire. Comincia, ancor prima di mettersi a scrivere, con l’identificare delle scene, grandi momenti d’azione con un inizio e una fine, divertenti e memorabili, e poi si tratta di cercare un modo di collegare queste scene tra loro con una narrazione coerente. La teoria è che gli spettatori vanno al cinema per quelle scene memorabili piene di effetti speciali. Queste scene suonano benissimo nel presentare un’idea e funzionano come attrazioni, ma secondo me non è così che si fanno buoni film perché si abbandonano i punti fondamentali di come si racconta una storia.


5 risposte a "Fade In: From Idea to Final Draft – The Writing of Star Trek: Insurrection (recensione del libro)"

  1. Una testimonianza preziosa, quella di Michael Piller, progressivamente relegato ai margini di quello Star Trek universe che tanto gli doveva (per l’impegno profusovi in anni e anni di lavoro)… Ovviamente, ho già scaricato il pdf 😉

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  2. Meraviglia! Ogni produttore dovrebbe avere nel cassetto un testo del genere, e appena ci si ritrova fuori dal gioco… zac, pubblicarlo! E visto che l’editoria è in mano a grandi case con grandi interesse, farlo in Rete è il modo migliore perché sia letto.
    Quello che descrive Piller è purtroppo un Male che ho trovato spesso in giro, leggendo resoconti dietro le quinte. Uno dei casi più eclatanti è quel Titanic chiamato “Alien 3”, dove tutto ciò che Piller critica alla Paramount avveniva anni prima alla Fox, ma l’ho trovato anche in altre grandi produzioni, in cui autori o attori facevano le dive e di fatto uccidevano il loro film per troppi capricci.
    Il paragrafo finale è il motivo per cui il cinema d’azione occidentale è un genere estinto. Tom Cruise passa la sua vita a cercare cose assurde da fare nei suoi imbarazzanti “Mission Impossible”, film senza trama perché nessuno l’ha scritta: sono solo pause fra una stupida scena d’azione e l’altra. Tutto senz’anima. Quello che mi stupisce è che esista davvero gente che premia questi film ridicoli, ma appena Tom fa la stessa, identica cosa fuori franchise – per esempio con quel liquame de “La Mummia” – ecco che lo bastonano e lo penalizzano, malgrado sia un film-fotocopia di Mission Impossible. Il problema del cinema è anche un pubblico molto più diva delle dive 😀

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    1. Hai ragione su tutto. Che poi credo che le superstar avessero determinate pretese pure prima (uno Steve McQueen di Bullitt vuoi che non abbia richiesto certe scene, o certe inquadrature da Figo?), ma suppongo ci fosse più interesse verso sceneggiature degne di questo nome e ci fossero registi più capaci di imporre la propria visione, nei limiti del possibile.

      Su Mission: Impossible credo che siano tutti vittime di un’allucinazione collettiva secondo cui is crea hype a seconda dello stunt fatto dall’ultrasessantenne Cruise… Non ne capisco il senso, ma contenti loro, contenti tutti! X–D

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