Khoršid: recensione del film

Sun Children (conosciuto anche come The Sun, Il sole), ovvero I figli del sole (ma il titolo originale è Khoršid), è un film iraniano del 2020 diretto da Majid Majidi ed è stato presentato al 77imo Festival del cinema di Venezia, oltre ad essere stato candidato dall’Iran a competere come miglior film agli ultimi Oscar. Curioso quest’ultimo fatto, vista l’immagine che il film dà della società iraniana, ma ci arriveremo…

Ma andiamo al film. Quattro ragazzini preadolescenti lavorano e compiono piccoli furti per conto dell’anziano Hashem (Ali Nassirian). Un giorno quello convince il piccolo leader del gruppo Ali (Roohollah Zamani) a farli entrare tutti in una scuola perché scavando un tunnel sotterraneo si può arrivare ad un tesoro interrato nel vicino cimitero. Una volta nella disastrata scuola (disastrata per mancanza di fondi), assumerà una certa importanza il vice direttore Rafie (Javad Ezati) che in qualche modo comincerà a sostituire le famiglie che i quattro non hanno (forse ad eccezione del piccolo afghano Abolfazl, Abolfazl Shirzad).

La sensibilità di un regista iraniano è sicuramente diversa da quella che potrebbe avere un regista italiano, o statunitense. Date le premesse, in un film occidentale potreste aspettarvi un lieto fine col tesoro usato per salvare la scuola e per dare un futuro ai quattro ragazzini, magari col criminale Hashem a marcire in carcere. Ecco, vi sbagliereste di grosso!

In Iran le cose non sono così semplici, e anche per quattro ragazzini svegli e avvezzi alla durezza della vita le cose sono complicate. Tra padri drogati e problemi legati all’emigrazione, né l’intelligente Abolfazl né il silenzioso Mamad (Mohammad Mahdi Mousavifar) riusciranno a restare con un Ali che si butta anima e corpo nella ricerca del tesoro convinto che sarà il mezzo per dargli una vita migliore, lontana dal lavoro minorile e dalla criminalità.

Ma non voglio rivelare troppo della trama. Sun Children è una tragedia che si sviluppa lentamente, che crea tensione con scene concitate e ben costruite e che funziona bene dall’inizio alla fine, eccettuati due o tre di scivoloni di trama. Tra questi ultimi, spiccano alcuni personaggi che vengono abbandonati a metà strada e qualche forzatura di troppo nella storia (dubito che un maestro si metta a tirare testate a commissari di polizia come se nulla fosse).

Ma, nonostante qualche inciampo, il film come detto regge anche grazie alla bravura dell’eccezionale Zamani, credibilissimo nei panni del ragazzino di strada scafato, ma anche del resto del giovane cast. Le dinamicissime riprese con tanta camera a mano di Majidi a tratti riescono a dare un tono documentaristico al film che, insieme ai perfetti costumi e scenografie, ci fanno sentire emozioni vere per i piccoli protagonisti (anche liberatorie in rari momenti: per esempio, è di facile lettura ma comunque efficace la metafora dei piccioni che volano liberi durante la corsa finale di Ali).

Va detto che se il film funziona come storia, pur drammatica, funziona molto meno come film di denuncia del lavoro minorile come sembra volersi porre nell’iniziale dedica ai più di 150 milioni di minori nel mondo costretti a lavorare. Del mondo del lavoro minorile infatti vediamo poco e niente, quasi che la dedica sembra più essere stata pensata a posteriori che non come motivazione reale del film. Più in generale, il film è sicuramente critico verso alcuni temi (lavoro minorile, razzismo, violenza della polizia…), ma non calca mai la mano, rimanendo così tanto in superficie che reisce ad essere anche promosso dalle autorità iraniane (come scritto all’inizio). Non contundente, quindi, ma, in un’ora e quaranta Majidi ci regala dei personaggi che ci accompagneranno ben oltre la durata del film, e il destino di molti di loro dovremo immaginarlo proprio noi visto che il film lascia molte delle sue porte aperte. Ciao! 


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