Minari: recensione del film

Minari è un film del 2020 scritto e diretto da Lee Isaac Chung. Narra la storia di una famiglia coreana che negli anni Ottanta si trasferisce dalla California all’Arkansas per provare a metter su un’azienda agricola. Il padre Jacob (Steven Yeun), bravissimo sessatore di pulcini, non ne può più del suo lavoro e contro tutto e tutti si mette anima e corpo a coltivare la terra. Purtroppo gli dà contro pure la moglie Monica (Yeri Han) che vorrebbe vivere in un posto migliore per crescere i due figli Anne (Noel Cho) e David (Alan S. Kim). Il piccolo David ha pure una malformazione al cuore per cui vivere più vicino ad un ospedale potrebbe salvargli la vita in caso di complicazioni. E ben presto va a vivere con la famiglia anche la madre di Monica, Soonja (Yuh-Jung Youn).

Che dire di questo film? L’ho visto al cinema in questo aprile 2021 in cui per miracolo hanno riaperto alcuni cinema nella mia città (prontamente richiusi domenica 18 dello stesso mese, purtroppo) e anche per il solo fatto di stare in una sala cinematografica il film mi è piaciuto. Però ammetto che non mi ha conquistato fino in fondo…

È un film ben girato e ben realizzato, ma secondo me è un po’ debole a livello di sceneggiatura. Ci sono molte premesse e situazioni che o non si risolvono per niente o lo fanno in maniera decisamente insoddisfacente. Capisco il messaggio che Chung voleva mandare, e mi sembra anche condivisibile e positivo. Bisogna reagire di fronte alle avversità, e rinascere dalle proprie ceneri dopo aver toccato il fondo. A dir la verità, Minari è fin troppo esplicito nel creare immagini che veicolino questo messaggio. Anche il titolo stesso è riferito ad una metafora nel film, quella di una piantina coreana (minari, appunto) che riesce nonostante tutto a trovare un suo angolo per crescere in Arkansas, così come deve fare la famiglia di Jacob e Monica.

In ogni caso, vedere uno spaccato dell’Arkansas di 40 anni fa con la sua comunità rurale religiosa vale già di per sé il prezzo del biglietto. Will Patton è forse fin troppo caricaturale nell’interpretare Paul, che aiuta Jacob a coltivare la terra, ma è sicuramente efficace e anche abbastanza credibile. E fanno ancora più paura i frequentatori della chiesa locale e il padre del piccolo amico di David

Come detto, però, non è un film che mi abbia convinto del tutto. Il personaggio della nonna, per esempio, per quanto simpatico, esiste soltanto per creare il climax finale ma non ha nessun tipo di sviluppo reale. Climax finale che tra l’altro mi è parso forzatissimo: dopo un viaggio di dieci ore (andata e ritorno), possibile che Jacob, la moglie e i due figli tornino a casa proprio mentre si sta sviluppando l’incendio appiccato per sbaglio dalla nonna? Capisco che servisse un momento in cui marito e moglie collaborassero per un fine comune, visto che li vediamo discutere per tutto il film, ma mi è sembrato un po’ troppo “semplice” farglielo fare con una catastrofe da sventare (stessa critica che feci a Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, 2017).

In altre parole, mi è sembrato che tutto lo sviluppo dei personaggi sia lasciato all’evento scatenante dell’incendio: un’ora e mezzo di conflitti irrisolti, catastrofe, e poi finale in cui la famiglia lavora unita (anzi, in cui Jacob le dà tutte vinte alla moglie, visto che paga anche un rabdomante per trovare l’acqua).

Nessuna risoluzione vera del pericolo dei serpenti, del problema al cuore del piccolo David, del pericolo dei tornado, della nonna incapacitata, dei conflitti tra marito e moglie, dei problemi finanziari… Niente. Tutte cose che vengono introdotte e poi abbandonate oppure chiuse in modo frettoloso.

Concludo quindi dicendo che pur essendo un film interessante, Minari mi ha colpito più per il suo potenziale che per il film in sé. Certo, ben diretto, ben fotografato, con un ottimo cast, ma non mi ha convinto fino in fondo. Da vedere, sì, ma per adesso non credo che lo vorrò rivedere una seconda volta. Ciao! 


Link esterni:


6 risposte a "Minari: recensione del film"

  1. Un’ottima recensione. Purtroppo non ho ancora visto il film, ma i difetti di cui parli sono stati notati anche in altre recensioni. Un film imperfetto e che poteva dare di più ma nonostante tutto davvero molto interessante che devo assolutamente recuperare.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie! Che poi forse sono stato anche troppo duro, eh, perché alla fine adoro Jarmusch che fa film molto simili, raccontando una storia che spesso lascia in sospeso molti dei suoi elementi. Però qui è stato soprattutto il finale a farmi storcere la bocca e ripensare alla struttura del film, che a quel punto ho trovato un po’ forzata. Rimane un film da vedere, anche perché sta piacendo un po’ a tutti, ennesima dimostrazione del fatto che io non capisca nulla di cinema! :–)

      Piace a 1 persona

  2. Sono d’accordissimo con te: anche io sono rimasto molto freddo alla sua visione, e non me lo aspettavo. Anche a me è sembrato “monco”, senza un vero sviluppo e soprattutto senza un vero finale a dare un senso al tutto; anche io non ho capito la questione del soffio al cuore di David, ho idea che sia una specie di metafora come la pianta di minari ma non riesco a capire cosa volesse dirmi. A proposito del serpente invece ero sicurissimo che a un certo punto avrebbe morso qualcuno come una sorta di pistola di Cechov, per cui sono rimasto piuttosto perplesso quando sono scomparsi dal racconto.
    La nonna sembra essere anche una delle favorite all’Oscar, ma per me sarebbe davvero un furto se confrontato con il lavoro di Olivia Colman o Glenn Close.

    Piace a 1 persona

    1. La Colman in The Father è davvero bravissima. Non che la nonna coreana non lo sia, ma mi è sembrata una parte in un certo senso più semplice da interpretare.
      Sul film… Se non fosse per il finale action-packed che prova a far fare a tutti i personaggi uno sviluppo che non hanno avuto in tutto il resto del film, forse mi sarebbe piaciuto di più (tornando a Jarmusch, non è che Broken Flowers pretenda di dare tutte le risposte alle questioni aperte nel suo bellissimo e poeticissimo finale… E va bene così!). Comunque rimane un prodotto interessante!

      "Mi piace"

      1. Jarmusch lo conosco molto poco: ho visto solo Only Lovers Left Alive (che ho amato follemente) e The Dead Don’t Die (molto meno), per cui non posso fare un confronto con Minari.
        Alla fin fine non sono nemmeno sicuro che il mio problema con Minari sia esclusivamente con il suo finale: c’è stato qualcosa che per tutto il tempo mi ha tenuto a distanza e mi ha impedito di entrare davvero in empatia con loro. Poi certo, cambiare completamente impostazione del film a 15 minuti dalla sua conclusione non ha aiutato!

        Piace a 1 persona

      2. Io non credo di essere obiettivo con Jarmusch, mi accompagna da sempre nel mio viaggio di scoperta del cinema… anche se l’ho pure criticato a volte, eh, ma di solito mi conquista facilmente. Visto che non li conosci, ti consiglio senz’altro Dead Man, Down By Low, Ghost Dog e Night on Earth se vuoi entrare nel suo cinema! :–)

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...