Out of Africa: recensione del film

Out of Africa (La mia Africa il titolo italiano) è un film biografico basato sul libro dello stesso nome scritto da Karen Blixen nel 1937 che documenta i 17 anni che la scrittrice danese passò in Kenya tra il 1914 e il 1931. Nel 1985 Sidney Pollack (artista poliedrico che sapeva destreggiarsi sia davanti che dietro la telecamera) diresse questo film di due ore e quaranta minuti basandosi su una sceneggiatura di Kurt Luedtke che in realtà usò anche altri scritti della Blixen, oltre che due opere su quest’ultima scritti rispettivamente da Judith Thurman e Errol Trzebinski.

I protagonisti del film sono Meryl Streep, Robert Redford e Klaus Maria Brandauer e, coprendo la narrazione ben 17 anni della vita della Blixen, c’è anche una miriade di personaggi secondari tra i cui interpreti spiccano Michael Gough e Suzanna Hamilton. Il film fece incetta di premi tra cui spiccano ben sette Oscar, inclusi miglior film, miglior regista, miglior colonna sonora (di John Barry), e miglior fotografia. 

Ecco, la mera lunghezza di questa mia introduzione è proporzionale a quella del film. Ripeto: sono 160 minuti! Sinceramente mi è costata abbastanza fatica stare sveglio per tutto il tempo, visto che il film mi è parso di una lentezza esasperante, senza una vera storia appassionante da seguire, e troppo frammentato per suscitare il mio interesse. Succedono mille cose ma non mi sono emozionato per nessuna di esse, la storia d’amore tra i due protagonisti comincia dopo un’ora e venti (tanto che son quasi due film diversi: il primo su Karen che comincia la sua avventura africana, e il secondo sulla storia d’amore) e, lasciatemelo dire, non è nemmeno una gran storia d’amore. È molto simile a quella di The Bridges of Madison County (I ponti di Madison County, 1995, sempre con Meryl Steep protagonista), ma non si avvicina nemmeno alla forza della storia girata ed interpretata da Clint Eastwood.

Che succede quindi in Out of Africa? La Blixen (Meryl Streep) va in Kenya per cominciare un’avventura economica e un matrimonio con un amico: donna indipendente, non vuole qualcuno che la tratti da bella accompagnatrice, vuole libertà. E ne ottiene pure troppa visto che il marito Bror (Klaus Maria Brandauer) non si interessa della piantagione di caffè e fa sesso con chiunque gli capiti a tiro, tanto che contagia pure la povera Karen con la sifilide pregiudicando le sue possibilità di avere figli. I due si separano e lei comincia una storia con il cacciatore Denys Finch Hatton (Robert Redford, che a 49 anni era ancora in formissima) che però è spirito libero e quindi rifugge la monogamia e i lacci e lacciuoli del matrimonio. Il finale non lo svelo per evitare spoiler.

Il film fa tante cose bene: tutto girato nei luoghi dove la Blixen visse per davvero, ci sono tantissimi attori locali ad interpretare la popolazione che viveva nella sua proprietà (addirittura il capotribù è il nipote del capotribù che viveva lì cinquanta anni prima!), le immagini della savana sono splendide, si vedono moltissimi animali incredibili, la colonna sonora è piacevole, ci sono dei tramonti da incorniciare…

Ma il mio problema è con la sceneggiatura! Il film non sa dove andare e ci va a passo incerto. Racconta le vicissitudini della piantagione ma solo con brevi scene qua e là. Racconta la storia tra Karen e Bror ma senza mostrare quasi nulla. È come se Pollack fosse rimasto ipnotizzato da quei paesaggi splendidi di cui ha riempito la pellicola fino a dimenticare di narrare una vera e propria storia. Poi a a metà film (cioè dopo un’ora e venti, che è quasi la durata di un film normale) tutto cambia con la storia d’amore con Denys che è fredda come il ghiaccio. A un certo punto non mi sono miracolosamente addormentato su una serie di quattro o cinque dialoghi di fila molto simili tra loro in cui i due sono fermi l’uno di fronte all’altra e dialogano inquadrati con una serie di campi e controcampi noiosissimi. Anche perché i dialoghi in sé non è che siano così interessanti: Denys fa filosofia da due spicci sulla libertà e Karen fa la donna forte, fine, ripetere, fine, ripetere…

Poi se la storia non ha commosso me mi sa che non commuove nessuno: piango di fronte a tutto e questo film non mi ha smosso proprio niente, se non il sonno. Forse sono stati i dialoghi a togliere emotività alla storia: Denys ha sempre la sentenziosa frase perfetta in ogni momento, è progressista fino all’eccesso (mi ha ricordato il personaggio di Brad Pitt on 12 Years a Slave, 12 anni schiavo, 2013), cita poemi a memoria… Eppure è un cacciatore di elefanti, leoni e chi più ne ha più ne metta. Non è stato possibile per me empatizzare con lui (era il principio del Novecento, so che i diritti degli animali erano inesistenti, ma mi domando quanto ci sia di vero nella caratterizzazione del personaggio).

La povera Karen è progressista in maniera più tradizionale (per esempio vuole a tutti i costi che gli indigeni che vivono nei suoi possedimenti imparino a leggere e scrivere perché li crede ignoranti, cosa che Denys non crede) ed è più facile identificarsi con lei: alla fine vuole solo una vita insieme all’amato continuando a lavorare duramente da donna indipendente che è.

Come storia ci può anche stare, ma Out of Africa la narra in un modo distaccato, intervallandola con troppe altre cose, che siano immagini mozzafiato o discorsi sul prezzo del caffè. Per me è un film poco riuscito, non credo che raccontare 17 anni di vita di una persona sia stata una scelta felice. Avrei preferito un film più breve (tagliando almeno un’ora, direi) che si concentrasse solo su un aspetto della parentesi africana della Blixen, come la storia con Denys o il suo matrimonio, o le vicissitudini della piantagione. O forse semplicemente sono io che ho un problema con i film ambientati in Africa che vincono tanti Oscar (tipo The English Patient, Il paziente inglese, 1996). Ciao! 


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4 risposte a "Out of Africa: recensione del film"

    1. Riconosco che non è il mio genere di film, però essendo di Pollack, e visti i due protagonisti, avevo aspettative alte. Troppo alte, adesso ho realizzato! :–)
      Naturalmente i sette Oscar sono un indicazione di come io faccia parte di una minoranza che non apprezza molto il film!

      "Mi piace"

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