Escape from Los Angeles: recensione del film

414Quindici anni dopo il leggendario Escape from New York (1997: Fuga da New York, 1981), John Carpenter era cambiato. Hollywood gli aveva dichiarato il suo odio sbattendogli la porta in faccia più volte, in particolare dopo The Thing (La cosa, 1982) e dopo Big Trouble in Little China (Grosso guaio a Chinatown, 1986), e lui aveva fatto capire che il sentimento era reciproco con Prince of Darkness prima (Il signore del male, 1987) e con They Live poi (Essi vivono, 1988). Col tempo il Maestro aveva anche provato a tornare all’ordine facendosi contrattare per Memoirs of an Invisible Man (Le avventure dell’uomo invisibile, 1992) e per Village of the Damned (Villaggio dei dannati, 1995), ma il matrimonio non s’aveva da fare e nel 1996 zio John decise di gridare al mondo cosa pensava di Hollywood e degli Stati Uniti. Signore e signori, Escape from Los Angeles (in italiano: Fuga da Los Angeles).

Non che il primo film con Snake Plissken fosse particolarmente sottile… Ma se in quello il presidente degli Stati Uniti era solo un inetto, qui Cliff Robertson interpreta direttamente un bigotto fascista. Se Lee Van Cleef non era esattamente una personcina a modo, qui Stacy Keach e Michelle Forbes (la mitica Ro Laren di The Next Generation) sono a capo di un esercito praticamente nazista. Aggiungiamo che gli Stati Uniti sono una dittatura i cui cittadini non hanno praticamente alcuna libertà, che Hollywood è una discarica in fiamme, e che Los Angeles è popolata da gente che vive di chirurgia plastica ed ecco completato il pensiero del John Carpenter del 1996. Praticamente è un miracolo che gli abbiano concesso di fare altri tre film nei 24 anni successivi. Che tristezza. Ma torniamo al film!

In realtà c’è poco da dire: Snake è tornato, ma stavolta la missione è a Los Angeles invece che a New York, deve recuperare la figlia del presidente (A.J. Langer) invece che il presidente, e c’è un minidisc invece di un’audiocassetta. E anche stavolta Snake troverà una bella ragazza che non sopravviverà (Valeria Golino), un chiacchierone lo porterà a giro in macchina (Steve Buscemi), si riunirà con un suo vecchio compagno che l’aveva tradito (Pam Grier), e combatterà in un’arena per il diletto di un cattivone che spadroneggia in città (Georges Corraface). Insomma, Escape from Los Angeles è allo stesso tempo un perfetto sequel e anche un dito medio alzato alla Hollywood che di sequel si ciba e ne è ormai satura (adesso più che negli anni Novanta, ma si sa che Carpenter è sempre stato avanti).

Ci sono moltissime scene indimenticabili: la sparatoria Bangkok style, la clinica del dottor Bruce Campbell (ma l’ho detto che il cast di questo film è stellare?), la scena del basket (certo che negli anni Novanta lo trovavi proprio dappertutto ‘sto sport, pure in Alien: Resurrection, Alien: la clonazione, 1997)… E naturalmente la scena in cui Kurt Russell e Peter Fonda (c’è pure lui!) cavalcano l’onda gigante! Dimenticare quella è impossibile, anche se è più o meno l’equivalente consapevole di Fonzie che salta lo squalo in Happy Days

Per tutto il film si ha l’impressione che Carpenter abbia volutamente alternato scene cupissime (i condannati che possono scegliere di pentirsi e farsi friggere sulla sedia elettrica invece di andare a Los Angeles, l’ultimo componente della squadra di salvataggio usato come bersaglio per le freccette, la clinica dove gli esseri umani vengono usati per fornire parti del corpo ai mostri devastati dalla chirurgia plastica…) a scene ridicole (come il surf o lo squalo che prova a mordere il sottomarino di Snake…). Forse voleva dire che comunque il suo era un tono scherzoso, che andava preso sul serio solo fino ad un certo punto? Se questa era l’intenzione, mi sa che a Hollywood non l’hanno capita, visto che allo zio John fu concesso di sparare altre due cartucce (Vampires nel 1997 e Ghosts of Mars, Fantasmi da Marte, 2001) prima di sparire per un decennio.

Sia come sia, se preso con la giusta dose di ironia Escape from Los Angeles è un film divertente con un grandissimo Kurt Russell protagonista, con delle musiche eccezionali (non solo di Carpenter stesso: ci sono pure i Tool a un certo punto!), e con una regia che come sempre non sbaglia un’inquadratura e ci regala delle immagini notevolissime. Certo, il film paga l’invecchiamemto degli effetti digitali della metà degli anni Novanta che ora saltano all’occhio, ma quasi viene da pensare che la cosa fosse voluta, che Carpenter volesse degli effetti plasticosi e posticci come gli interventi di chirurgia plastica delle star di Hollywood!

Concludo dicendo che anche se nessuno annovera questo film tra i migliori girati da John Carpenter, e non sarò io il primo a farlo, comunque è per me un film divertente, ben girato, e che ha un sottotesto (poco sotto e molto testo) tosto e pure lungimirante, visto che il Donald Trump del 2016-2020 è praticamente il presidente che Carpenter aveva immaginato in questo suo film. Insomma, da vedere (e rivedere), ciao!


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22 risposte a "Escape from Los Angeles: recensione del film"

  1. Ho amato Fuga da New York e poi ho comprato anche questo ma ho fatto l’errore di portare il Dvd in montagna e non l’ho ancora visto! Ma ora che so che ci sono Bruce Campbell e uno squalo arrabbiato lo guardero alla prima occasione, grazie mille!

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      1. Di sicuro io non sono fra quelli che lo amano di meno, assolutamente 😉
        Per il resto, credo che determinate scelte di Carpenter, come appunto l’alternanza fra un registro altamente drammatico e uno assai rilassato (vedi appunto lo squalo -a mo’ di omaggio a Spielberg- la mitica e volutamente sopra le righe sequenza del surf) e l’estetica “povera” degli effetti digitali possano aver spiazzato il grande pubblico che si aspettava un sequel dai toni identici a quelli del capostipite. Va detto che un pubblico assuefatto alla “grandeur” hollywoodiana difficilmente avrebbe potuto capire fino in fondo un film che, tra le altre irriverenti cose, è pure un gran calcio in culo proprio a quella Mecca del cinema con cui Zio John non era mai andato d’accordo (e NON certo per colpa sua)…

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      2. La colpa non era di certo sua, ma John è proprio il tipo di persona che non può andare a genio a Hollywood. Troppo… geniale, effettivamente.
        E troppo contro.
        Il più grande, per quanto mi riguarda! :–D

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    1. Grazie mille, sapevo che te l’avresti apprezzato! :–)

      Carpenter meriterebbe tanta più stima e considerazione, anche e non soltanto perché pur essendo un genio di quelli veri non si è mai montato la testa come tanti altri (e si, tra gli altri sto pensando a Cronenberg, giusto per fare un esempio)!

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  2. Malgrado l’entusiastica recensione di Cassidy, ancora non mi sono deciso a dare una seconda possibilità a questo film, che alla sua uscita mi deluse parecchio. Mi riprometto sempre di vederlo con occhi nuovi, ma ancora non ci sono riuscito 😛

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  3. Salve a tutti.
    Spero non suoni troppo strano se dico qui e ora che io preferisco questo rispetto al primo…
    Più ironico, più scanzonato (“Ti credevo più alto” invece di “Ti credevo morto”), e poi c’è quel finalino lì che mi manda letteralmente fuori di testa.
    “Vado pazza per i finali ben riusciti!” semi-cit.
    Bella recensione, come sempre 😉

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    1. Sicuramente sei in una minoranza, ma io lo apprezzo parecchio Escape from LA quindi posso capire che ti possa piacere anche più del primo! :–)

      E grazie mille per essere passata di qui (e per i complimenti!)! :–D

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  4. Bella recensione come al solito, l’effetto medioce degli “effetti speciali” secondo me è voluto, il Maestro voleva metter ulteriormente in mostra la “plastificazione” del cinema di allora (ma anche di adesso) che tra le altre cose, va dietro al videogame (e non il contrario)!

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