Make Up: recensione del film

Contrariamente a quasi tutta l’Europa, la Spagna non ha chiuso i suoi cinema a causa della pandemia del Covid-19 ad ottobre ed inizio novembre 2020, così sono andato a vedere uno dei tanti film del Festival del Cine Europeo in una sala cinematografica praticamente vuota ad inizio mese (dopo pochi giorni pure la Spagna ha ceduto). Il film che ho visto? Make Up, scritto e diretto da Claire Oakley, uscito nel 2019.

La trama: la diciottenne Ruth (Molly Windsor) se ne va di casa per stare col suo ragazzo Tom (Joseph Quinn). Lui lavora in un paradisiaco villaggio sulla costa della Cornovaglia, ambita meta turistica estiva di allegre famigliola britanniche (cioè uno squallido caravan park in un posto ventoso umido e piovoso, per chiunque abbia visto il Mediterraneo in vita sua). Una volta giunta sul posto, Ruth comincia ad avere dubbi sul suo amore per Tom e pure sulla sua stessa sessualità dopo aver conosciuto Jade (Stefanie Martini), che lavora pure lei nel camping.

Il film si apre con una vista sull’oceano e si chiude con la stessa vista, ma le due inquadrature hanno un significato profondamente diverso. È un dialogo tra Ruth e la proprietaria del camping (Lisa Palfrey) a spiegarlo: dopo aver nuotato nel mare per la prima volta si superano tutte le paure. Anche se la frase non è delle più riuscite, Ruth capisce che qualcosa non va e solo dopo una nuotata riesce a liberarsi e a stare con Jade senza paura.

Il film racconta quindi questa semplice storia (apparentemente la regista ha scoperto tardi la sua omosessualità proprio come la protagonista del suo film) e lo fa mantenendo lo sguardo dello spettatore fisso su Ruth, una diciottenne confusa e in cerca della sua strada. La sensazione di insicurezza viene trasmessa con un montaggio non lineare e l’uso di flashback quasi subliminali che ho trovato perfetti per veicolare le sensazioni di una adolescente.

La trovata dei sospetti di Ruth su un’amante dai capelli rossi di Tom, chiaramente frutto della sua mente, riesce poi a mantenere viva l’attenzione dello spettatore con alcuni passaggi che arrivano ad essere quasi horror (come quello dell’apparizione della ragazza nell’appartamento chiuso per le fumigazioni contro gli insetti).

Insomma, forse non è un film indimenticabile, ma racconta una storia toccante e che probabilmente può risultare familiare a moltissimi giovani, ha delle scelte di regia e montaggio non banali, le musiche sono ben inserite nella narrazione e sono interessanti, e il tema trattato è meritevole. Bravi i giovani componenti del cast, è un film che non so se abbia grande valore ad una seconda visone, ma che mi sento di consigliare. Ciao! 


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11 risposte a "Make Up: recensione del film"

  1. Non ho mai capito l’attrazione per quelle inospitali terre gelide e perennemente bagnate, dove il cielo è sempre grigio. Già quando a Roma fa due giorni di nuvolo mi sento morire 😀
    Ma quindi i cinema hanno chiuso subito dopo la tua visione? Non proseguirai con il Cine Europeo?

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    1. Mi sarebbe piaciuto proseguire, ma il giorno stesso in cui ho visto questo film il governo regionale ha annunciato la chiusura alle 6 di tutti gli esercizi commerciali eccetto farmacie, supermercati e ottiche. Questo ha azzerato le mie possibilità di vedere qualche altro film del festival visto che le poche proiezioni in sala che hanno mantenuto nei giorni rimanenti le hanno dovute anticipare ad orari in cui lavoro. :–/

      Tra l’altro sono 6 anni che vado a questo festival e di solito c’era un’atmosfera spettacolare, con la folla accalcata per entrare nelle sale, tutti a discutere di cinema, a mettersi d’accordo su quali film vedere, a che ore… quest’anno non c’era praticamente nessuno, era desolante. :–(

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      1. So che l’atmosfera del posto è una cosa insostituibile, ma aprire ai festival in streaming sta facendo scoprire agli organizzatori numeri mai visti. Quando il Trieste Sci-Fi ha chiuso ha totalizzato un numero di iscrizioni mai visto nella sua storia: non limitarsi alle poltrone in sala ma dare la possibilità a tutta Italia (ed estero) di accedere ha fatto scoprire agli organizzatori che possono guadagnare quanto mai avrebbero creduto, piuttosto che fare una cosina piccola dedicata a quei pochissimi che si possono permettere di partecipare.
        Se un giorno i cinema torneranno ad aprirsi, comunque potrebbero proiettare il film in contemporanea in streaming: moltiplicherebbero per mille gli spettatori!

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      2. Di sicuro lo streaming va visto come un’opportunità e non come una minaccia di morte all’industria del cinema, anche perché chiudersi a riccio sarebbe un suicidio per i cinema. Personalmente sono troppo di vecchio stampo per non amare le file per entrare al cinema, le sale affollate e quell’orrido odore di pop corn marcio che caratterizza le sale cinematografiche… adoro guardare film al cinema così come adoro guardarli in casa comodamente sul divano, ma mi ci vorrà un po’ per apprezzare di poter partecipare ad un festival da quello stesso divano! :–)

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      3. Pensa, quelli che chiami vantaggi sono fra i motivi per cui ho smesso di andare al cinema 😀 Oltre al fatto che a Roma sono tutti chiusi: appena esci dal Raccordo Anulare non esistono più sale cinematografiche, se non un paio di grandi centri dove per vedere un film lo paghi venti euro.
        Lo streaming è l’esatto opposto del chiudersi a riccio: è aprirsi al mondo. Invece di avere duecento persone in sala, ne hai duecento in sala e ventimila in streaming. Questi sono i numeri di Trieste: gli organizzatori si sono trovati con più di ventimila iscrizioni (a 10 euro l’una, fatti il conto!) quando di solito solo un ristrettissimo numero di privilegiati poteva permettersi il viaggio e pernotto di una settimana per entrare fisicamente nel cinema dell’evento.
        Visto che il cinema piange una crisi – che ha creato da solo, quindi dovrebbe piangere se stesso – perché allora non adottare lo stesso sistema per allargarsi? Con il sistema dello streaming a tempo puoi rendere disponibili i film nel momento e per la durata esatta in cui li proietti in sala, e tanto se te li vogliono piratare lo fanno lo stesso.
        Chi vuole andare in sala ci va, le decine di migliaia di persone che non possono o non vogliono spendere decine d’euro, fare code in auto, cercare parcheggio, sentire la gente che strilla e i bambini che piangono, se lo vede da casa. E quest’ultima categoria supera la prima di cifre enormi.
        Così il cinema avrebbe due modi di guadagnare, invece di uno: farebbe i soliti due spicci con le sale – per quelle poche grandi città che ancora hanno sale – e farebbe un mare di soldi con lo streaming, per coprire decine di migliaia di persone in tutta Italia (e oltre).

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      4. Probabilmente andiamo verso quel futuro lì, anche se temo che i piccoli cinema rimasti (quelli che hanno ancora il coraggio di proiettare film non mainstream, cioè non Disney, praticamente!) verranno spazzati via perché non in grado di organizzarsi con piattaforme online, che presumo andranno in mano ai soliti noti.

        Spero di sbagliarmi e che il sistema verso cui stiamo andando dia più spazio alla pluralità, naturalmente, ma sono di natura pessimista…

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