La vita è bella: recensione del film

27 ottobre 2020, Roberto Benigni compie 68 anni. Ed ecco che vengonofuoridallefottutepareti lo festeggia ricordando come nel 1997 Benigni colse di sorpresa l’intero mondo cinematografico vincendo tre Oscar (e numerosi altri premi) con il suo film La vita è bella. Lo vidi a suo tempo e l’ho da poco rivisto ad oltre venti anni di distanza, quindi praticamente è come se l’avessi appena visto pr la prima volta. E devo dire che l’ho trovato un bel film, migliore di quanto ricordassi e di quanto mi aspettassi prima di premere Play sul telecomando del mio lettore DVD.

Ecco la trama, anche se la conoscono tutti. Il film si divide in due parti: la prima è ambientata nell’Italia fascista degli anni Trenta, ad Arezzo, e tratta dell’innamoramento di Guido (Roberto Benigni) con Dora (Nicoletta Braschi). Nella seconda parte, qualche anno dopo, ci si sposta in un imprecisato campo di concentramento nazista dove Guido e suo figlio Giosuè (Giorgio Cantarini) vengono internati in quanto ebrei, e dove Dora decide di farsi internarse a sua volta per accompagnarli. Guido ne inventerà di tutti i colori per far sopravvivere il figlio e allo stesso tempo risparmiargli gli orrori del campo.

Non so se è il capolavoro che tutti dichiararono che fosse all’uscita, ma il film con me ha funzionato alla grande. La prima parte è quella più marcatamente comica, con Benigni mattatore che prende in giro l’Italietta fascista coi suoi protagonisti tutti impettiti di cui lui si beffa ogni minuto.

La sceneggiatura scritta proprio da Benigni insieme a Vincenzo Cerami è finemente cesellata, con ogni dialogo incastrato alla perfezione in una trama che, pur se semplice, scorre via che è una meraviglia e non annoia mai. Fa sorridere come ogni battuta abbia uno scopo, che sia quello di chiudere una gag poco dopo (che siano le uova in testa a Rodolfo, Amerigo Fontani, o il cappello rubato al datore di lavoro dell’amico Ferruccio, Sergio Bustric, o la chiave che vola dalla finestra) o di creare una reazione emotiva durante il film (il famoso “Buongiorno principessa“, o i mille punti tanto agognati da Giosuè per vincere il carro armato).

La prima parte ha anche un altro compito che svolge alla perfezione: è chiaro come Benigni non abbia nessuna intenzione di fare un film accurato in quanto a ricostruzione del contesto storico e politico (non è né The Pianist, Il pianista, 2002, né Schindler’s List, La lista di Schindler, 1993). Il film è una fiaba, come sostiene anche la voce narrante che apre e chiude la storia, e non c’è nessun intento né di ridicolizzare le azioni dei fascisti durante la loro dittatura, né quelle dei tedeschi durante la guerra. Benigni riesce invece a ridicolizzare benissimo sia gli uni che gli altri (ripeto, non ridicolizza ciò che fanno: non si può ridere di un genocidio né delle persecuzioni razziste): i fascisti li vediamo impegnati a mantenere delle serie apparenze coi loro abiti vistosi e le cene eleganti e tutti emergono come degli inetti. Ai nazisti invece Benigni riserva un trattamento più profondo: li dipinge come delle persone che hanno perso il contatto con la realtà, che non si rendono nemmeno conto dei crimini orrendi che stanno compiendo (e non lo fa per giustificarli, ci mancherebbe altro!). Lo si capisce dal reincontro tra Guido e il dottor Lessing (Horst Buchholz) che sostiene di non dormire la notte a causa di un indovinello che non riesce a risolvere. Non sarà la sua coscienza a tenerlo sveglio per mandare alla morte decine di persone ogni giorno, invece?

La seconda parte è quindi più dura della prima, visto che si svolge in un campo di concentramento, ma comunque non mancano delle punte di comicità (su tutte, la traduzione delle istruzioni del campo). Così come non mancano i momenti più duri, dalla scoperta delle montagne di cadaveri ai lavori forzati disumani. Il finale, senza bisogno di rivelarlo qui, è commovente.

Che dire quindi di La vita è bella? Mi è parso un film ben fatto anche a livello di regia e fotografia, non dimostrando affatto i suoi quasi 25 anni, e si nota come la sceneggiatura sia stata ben pensata. Ci sono numerose scene costruite come riferimenti a fatti reali (per esempio l’immagine dei prigionieri nella stanza da letto all’arrivo di Guido e Giosuè), a lavori letterari (Guido portato via da due gendarmi come fosse Pinocchio: cinque anni dopo Benigni farà la sua disastrosa versione cinematografica di quell’opera) e ad altri film (come quello a Ricomincio da tre del 1981 in cui il suo amico Massimo Troisi provava a spostare un vaso col potere della mente, o quello a The Shawshank Redemption, Le ali della libertà, 1994, con la musica diffusa dal protagonista nel campo contro il volere dei carcerieri).

La colonna sonora di Nicola Piovani è immediatamente riconoscibile e sottolinea bene le due anime, comica e drammatica, del film. Benigni stesso offre un’ottima prova come protagonista sopra le righe di una storia che vuole essere sopra le righe senza dimenticare però di trattare con rispetto gli argomenti alla base del film. Non si può dire lo stesso di Nicoletta Braschi, che fortunatamente ha comunque poche linee di dialogo in tutto il film. Inoltre la brusca fine della prima parte impedisce di portare a compimento alcuni archi narrativi (che fine fa l’amico Ferruccio?). Ma sono dettagli, il film funziona con questa sua atmosfera surreale e allo stesso tempo drammatica, due anime che convivono perfettamente (cosa affatto facile). Ciao!


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20 risposte a "La vita è bella: recensione del film"

  1. Dovrei rivederlo anche io: proprio come te non lo vedo da moltissimi anni! Eppure le battute le ricordo quasi a memoria (Biancaneve in mezzo ai nani, funghetti fritti fritti), una prima parte divertentissima e una seconda che mi ha fatto piangere, forse rivedendolo coglierei, come hai fatto tu molto bene, qualche aspetto più profondo. In ogni caso è un film che, all’epoca, mi è piaciuto, ma credo che gli allori e le critiche che gli sono piovuti addosso siano entrambi esagerati. Una recensione onesta ed equilibrata come la tua è quello che ci vuole!

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    1. Grazie mille!

      Benigni regista di solito non mi fa impazzire, ma questo film mi ha colpito davvero positivamente guardandolo adesso, a molti anni di distanza dal clamore che suscitò e dal successo che ottenne. Direi che sta invecchiando bene, al contrario di altri film che fecero incetta di premi e che poi sono stati dimenticati e a riguardarli ora non sembrano niente di che.

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  2. Buchholz che gli chiede solo dell’indovinello io l’ho invece sempre connesso con la “Banalità del male” di Hannah Arendt: alla fine, dopo relativamente pochi, ma pressantissimi anni di propaganda totalitaria (anche se ci sarebbero da assommarci gli anni nazionalisti del Secondo Reich, le imposizioni militari della WW1, e la simil-guerra civile tra la fame del 1919-1933), s’era verificato uno “shift” mentale tra i poveri tedeschi: alcuni pensavano semplicemente di “fare il proprio onesto lavoro” ammazzando la gente… proprio un “ottenebramento” impenetrabile di realtà incrinata nel *quotidiano*…
    La reazione di Buchholz, che visita i condannati con stanca routine, e che pensa solo ai cavoli propri, l’ho sempre letta così…

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    1. La tua lettura è decisamente intrigante! Così sarebbero ancora meno umani i nazisti visti da Benigni. Per come l’ho vista io, almeno hanno ancora una coscienza che li tormenta, anche se non sanno perché. Secondo me sono entrambe interpretazioni possibili, e sicuramente per entrambe la propaganda ha un ruolo fondamentale, quello di ridurre alcune categorie di umani a livello degli animali che ogni giorno macelliamo negli allevamenti industriali senza alcun rimorso.

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      1. Io a quelli che mi dicono che Mussolini ha fatto anche cose buone come i treni in orario e le paludi bonificate (i classici esempi) rispondo sempre che Hitler faceva delle lasagne al forno buonissime, sperando che si capisca cosa voglio dire!

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    1. Ahahah, effettivamente c’è una connessione! Anche secondo me è il miglior film (da regista) di Benigni questo qua, le sue commedie non mi hanno mai convinto fino in fondo…

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    1. Interessante: Train de Vie è del 1998, La vita è bella del 1997, ma Benigni conosceva il copione di Train de Vie perché gli era stata offerta una parte. Non sapevo della polemica!

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