La llamada: recensione del film

la-llamada-la-pelicula-e1507915180197Sarei contentissimo di poter dire di essermi divertito guardando La llamada (letteralmente La chiamata, ma il titolo internazionale è Holy Camp), film del 2017 di Javier Ambrossi e Javier Calvo. Non solo, sarei il primo a rallegrarmi di poter scrivere che l’ho trovata una commedia brillante, ben scritta e ben recitata. E, visto che si tratta di un musical (tratto dall’omonima opera teatrale del 2013), aggiungo che sarebbe splendido se mi fosse piaciuta la colonna sonora, perché se ti piacciono le canzoni di un musical, praticamente è fatta. Ecco, purtroppo non è così.

Parto dalla trama, se così la possiamo definire. In un camping estivo gestito da delle suore vicino a Segovia, le due ragazzine ribelli María (Macarena García) e Susana (Anna Castillo, che per adesso ottiene sempre la stessa parte di ragazza tutta cuore e passione che si mette sempre nei guai – vedi anche El olivo) vengono punite per essere sgattaiolate via nella notte per partecipare ad un concerto di tecnolatino con tanto di droghe e alcool. Devono quindi passare un fine settimana sole nel campo insieme alla madre superiora Bernarda (Gracia Olayo) e alla giovane ed insicura suorina Milagros (Belén Cuesta, che tanto bene ha lavorato in La trinchera infinita nel 2019).

Solo che a María comincia ad apparire Dio (Richard Collins-Moore, una specie di Mr. Bean) che canta canzoni di Whitney Houston. Madre Bernarda non sembra poterla aiutare visto che le preghiere che le suggerisce non sono gradite da Dio, che preferisce che le ragazzine cantino tecnolatino mentre ballano con vestiti succinti. Ah, e Susana confessa il suo amore per Milagros, che ricambia in un finale delirante in cui tutte vedono questo Dio musicale con la sua immancabile scala verso il cielo.

Credo che la mia espressione di fronte a questo film fosse allibita per la maggior parte del tempo. È difficile capire quale sia il tono della storia: a tratti si nota una certa ironia, ma in realtà tutto è preso maledettamente sul serio con le attrici che sembrano impegnate in ruoli drammatici più che in quelli tipici di una commedia romantica.

Ed è chiaro che la religione è solo un mezzo per parlare d’altro, cioè di amore e libertà, ma sinceramente io in questa apparizione di Dio che indica la giovane María come sua prescelta, io di libertà ce ne vedo proprio poca. Per non parlare del fatto che grazie a Dio le ragazzine scelgono la musica pura, non hanno più bisogno delle droghe per divertirsi. Ok…

Insomma, a livello di messaggi direi che siamo dalle parti del bigottismo più evidente, forse nonostante le buone intenzioni. E il resto? Canzoni anonime, con dei testi imbarazzanti, e cantate e missate in modo orrendo (con le voci che spesso risentono di un eccesso di auto tuning), cliché narrativi visti e rivisti (le due grandi amiche si separano ma naturalmente tornano ad essere unite nel finale), personaggi a malapena abbozzati e sviluppi che arrivano letteralmente dal nulla, come la dichiarazione d’amore di Susana a Milagros

Per concludere, è chiaro che io non sia il target di questo genere di film, però mi aspettavo comunque qualcosa di meglio da un film che ha vinto pure due Goya (miglior regista esordiente e miglior sceneggiatura non originale!) basato su un’opera teatrale che viene replicata da sette anni a questa parte. Ciao!


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2 risposte a "La llamada: recensione del film"

    1. Anche io mal sopporto i musical solitamente, e questo veramente mi è parso orribile. Di Walking on Sunshine ho letto qualcosa, non sapendo cosa fosse, e direi che ne starò alla larga!

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