Oliver Twist: recensione del film

0.4Roman Polanski è considerato, e a ragione, uno dei migliori e più importanti registi viventi. Il suo Rosemary’s Baby (Nastro rosso a New York, 1968) fu rivoluzionario, ma trovo encomiabile che per altri 50 anni abbia continuato a fare ottimi film (qui sul blog ho già scritto di Death and the Maiden, La morte e la fanciulla, 1994, The Pianist, Il pianista, 2002, e The Fearless Vampire Killers, Per favore non mordermi sul collo, 1967). Quindi quando ho messo il DVD del suo Oliver Twist (2005) nel lettore avevo, lo ammetto, grandi aspettative (non sapevo nemmeno che non fosse stato un successo al botteghino). Grave errore.

Non ho letto il libro di Charles Dickens (di cui ho letto solo gli splendidi A Christmas Carol, Racconto di Natale, e A Tale of Two Cities, Racconto di due città) e non ho visto le due famose versioni cinematografiche precedenti di David Lean (1948) e di Mark Lester (1968), quindi non tratterò del film di Polanski in termini comparativi.

La storia è presto detta: il piccolo orfano Oliver Twist (Barney Clark), a tredici anni scappa dal piccolo villaggio dove è nato e cresciuto per evitare le angherie a cui è sottoposto quotidianamente e fa un atroce viaggio a piedi di 70 miglia (circa 130 km) fino a Londra. Lì viene preso sotto l’ala protettrice del vecchio Fagin (Ben Kingsley) e dei suoi fidi Dodger (Harry Eden) e Charley (Lewis Chase) che eseguono furti per lui. In questo mondo malavitoso ecco anche il cattivissimo Bill (Jamie Foreman) ma anche le dolci Nancy (Leanne Rowe) e Bet (Ophelia Lovibond). Di fatto, tutti tranne Bill sono personaggi ben costruiti, né del tutto cattivi né del tutto buoni, e il film avrebbe fatto bene a dare loro più spazio, più profondità.

Oliver, in ogni caso, non è tagliato per la criminalità e fortunatamente per lui capita tra le braccia del ricco e benevolo Mr. Brownlow (Edward Hardwicke), e anche se le cose non andranno lisce sin dall’inizio, ci sarà un meritato lieto fine per il piccolo Oliver. Ops, spoiler alert, ma suppongo che la storia la conoscano tutti.

Questo film mi ha lasciato freddino. Non sono riuscito ad empatizzare col giovane protagonista che praticamente non dice una parola per tutto il film, limitandosi a piagnucolare e a fare facce tristi (non che non ne abbia motivi, eh!). La Londra ricostruita in digitale non mi è piaciuta per niente (al contrario di scenografie e costumi per cui evidentemente non si è badato a spese) e la colonna sonora di Rachel Portman mi è sembrato quanto di più anonimo possibile.

Ma soprattutto mi è parso di guardare una pièce teatrale più che un film con personaggi reali (o realistici). Quasi tutti sembrano delle macchiette, gesticolano in maniera eccessiva e/o sono truccati in modo assurdo, come l’irriconoscibile Tom Strong che sembra il Cappellaio matto dell’Alice di Tim Burton… Ecco, ad un certo punto ho pensato di star vedendo uno Sleepy Hollow (Il mistero di Sleepy Hollow, 1999) ma poco ispirato e noioso.

Sicuramente è colpa mia e c’è qualcosa di fondamentale che non ho colto, ma alla fine del film non ho capito quale fosse il messaggio che Polanski volesse mandare con le sue due ore e passa di durata che mi sono pesate come un macigno. Tra l’altro molti personaggi svaniscono nel nulla e solo le storie di Oliver, Fagin, Nancy e Bill hanno una vera risoluzione, e quella di quest’ultimo l’ho trovata pure molto poco ispirata.

Alla fine credo che dimenticherò molto di questo film, forse tutto salvo le scene iniziali nella fabbrica piena di bambini che lavorano uno di fianco all’altro e quelle nella mensa in cui mangiano in silenzio un po’ di porridge assolutamente insufficiente a far andar via la fame. Per il resto mi è parso un lavoro diligente ma poco ispirato, freddo (la fotografia monocolore – grigio – io non la reggo nei film e questo non fa eccezione), e di certo da non annoverare tra i film più riusciti di Polanski. Ciao!


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12 risposte a "Oliver Twist: recensione del film"

  1. Come te, non ho letto il libro né visto le precedenti versioni cinematografiche, quindi anche io mi limito a parlare di questo film di Polanski, che mi ha suscitato reazioni contrastanti. Quando uscì al cinema mi piacque molto, ma quando qualche anno dopo tentai di rivederlo in tv lo trovai visivamente repellente: non sopportavo di guardare quella Londra posticcia e grigiastra e tutti quei personaggi vestiti da pagliacci e che facevano un sacco di smorfie. Insomma, forse sono cambiati i miei gusti (possibile che si siano raffinati?) ma oggi di sicuro non mi viene alcuna voglia di tentare una terza visione… Quindi in poche parole, concordo con te.

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    1. Effettivamente mi ha lasciato freddino, al contrario del resto della sua filmografia che solitamente mi rimane impressa e mi trasmette moltissimo! L’ultimo però mi manca, purtroppo…

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  2. Non è tra i film memorabili di Polanski, anzi. Il libro è un’altra storia ovviamente. Ma a parte questo, Polanski (vicende personali a parte che non dovrebbero c’entrare nulla con i suoi prodotti artistici da guardare per quello che sono e non per chi li ha prodotti appunto), è un grandissimo cineasta che ci ha regalato perle indimenticabili e imperdibili.

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