Ghosts of Mars: recensione del film

ghmar_stl_1_h_8x10Ghosts of Mars (Fantasmi da Marte) è attualmente il penultimo film di John Carpenter. Uscì nel 2001, quando il regista statunitense aveva appena 53 anni, e fu accolto talmente male che praticamente si ritirò dalle scene e per altri nove anni non si decise a dirigere un altro film (The Ward, 2010). Ma è davvero così pessimo Ghosts of Mars? Assolutamente no, è qui proverò a spiegare brevemente perché.

L’idea del film nasce dalla volontà di fare una trilogia su Snake Plissken (Jena in italiano), il protagonista di Escape from New York (1997: Fuga da New York, del 1981) interpretato da Kurt Russell. Solo che il secondo film, Escape from Los Angeles (Fuga da Los Angeles) del 1998, non piacque a nessuno (siamo alle solite) e quindi ecco un cambio di soggetto che porta da Escape from Mars a Ghosts of Mars, quasi un remake di Assault on Precinct 13 (Distretto 13: le brigate della morte, 1976). Che poi in realtà io ci rivedo quasi tutti i film di Carpenter, ma per adesso presentiamolo così.

Andiamo quindi alla trama: è il 2176 e Marte è quasi del tutto terraformato e governato da un matriarcato. La tenente Melanie Ballard (Natasha Henstridge) fa parte di una squadra di poliziotti comandata da Helena Braddock (la mitica Pam Grier) che deve andare a recuperare un pericoloso prigioniero, “Desolation” Williams (capito? È il “Napoleon” Wilson della situazione), interpretato da Ice Cube. E qui c’è un problema: eh sì, perché se Darwin Joston era perfetto per interpretare un pluriomicida nel film del 1978 di Carpenter, Ice Cube con la sua faccia paffutella è tutt’altro che credibile in quel ruolo. E infatti Carpenter voleva Jason Statham ad interpretare “Desolation”, ma i produttori erano convinti di avere bisogno di una star di più alto calibro (al tempo Statham aveva all’attivo giusto un paio di film con Guy Ritchie: nel film interpreta quindi soltanto un membro della squadra, quello arrapato). Peccato, il film avrebbe guadagnato se i produttori non si fossero intromessi, che tra l’altro è una frase quasi sempre vera! Ma torniamo alla trama.

Una volta giunti a destinazione, i nostri eroi scoprono che qualcosa è andato terribilmente storto anche se Williams non c’entra niente. I coloni hanno risvegliato delle presenze che sono in grado di impossessarsi di corpi umani e usarli per perpetrare gli atti di violenza più efferati. E a questo punto l’improbabile gruppo di poliziotti e criminali (Williams non è solo) deve tentare di sopravvivere nella più carpenteriana delle situazioni. Ed è per questo che ci rivedo un po’ tutto il cinema del regista: la nebbia di The Fog (1980) arriva ad impossessarsi dei coloni, gli assalitori sono vicini come idea a quelli di Assault on Precinct 13 e Prince of Darkness (Il signore delle tenebre, 1987) ma sono comandati da una specie di Valek di Vampires (1997), come Memoirs of an Invisible Man (Avventure di un uomo invisibile, 1992), anche Ghosts of Mars è raccontato con flashback, in questo caso di una Melanie interrogata dai suoi superiori… e così via.

Questo vuol dire che il film torna a ripetere i messaggi cari al regista statunitense: non crede nelle autorità, pensa che la nostra sia società sia sull’orlo del collasso (o è già collassata?), e soprattutto non crede negli eroi!! Inoltre non ci sono cattivi, ci sono solo due fazioni che si combattono: chi sono i buoni? I coloni che hanno invaso Marte con le loro forze di sicurezza armate, o gli spiriti degli antichi abitanti del posto?

Ma a parte tutto questo, Ghosts of Mars è un film fatto per divertire e Carpenter l’ha fatto per divertirsi lui stesso: ci sono tante scene d’azione sanguinolente, dialoghi sopra le righe, una colonna sonora metallica da morire (nei contenuti speciali dei Bluray si vede zio John che si diverte a far registrare i brani da lui scritti da musicisti del calibro di Steve Vai, Buckethead e gli Anthrax!), un finale da brividi con l’eroe e l’anti-eroe (in realtà sono due anti-eroi, visto che Melanie è tutt’altro che un personaggio senza macchia e senza paura) che si uniscono per sopravvivere…

Insomma, per me funziona. Ice Cube è la cosa che funziona meno (in interviste successive all’uscita del film si è pure permesso di parlare male di John Carpenter, ma come osa???), ma se si prende il tutto alla leggera, che poi era l’intenzione del regista, secondo me non ci si può non divertire. Carpenter l’ha pure detto: “L’ho intitolato Fantasmi da Marte, chi ha pensato che dovesse essere una roba seria?“! È un film che riguardo sempre volentieri, sono contento di averlo in Bluray, e lo difendo nonostante siano davvero pochi i suoi stimatori. Ciao!


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29 risposte a "Ghosts of Mars: recensione del film"

  1. Ghosts of Mars lo difendo anch’io (a livello di film incompreso se la gioca quasi alla pari con Escape from Los Angeles, direi) e dovrebbe continuare a difenderlo pure Ice Cube, visto che Carpenter gli ha concesso il lusso di giocare in un ruolo che forse non gli calzava sempre e comunque a pennello. Peccato per l’immeritato flop all’epoca, quanto avrei voluto vedere ancora Ballard e Williams alle prese con quelle antichissime entità marziane sopravvissute ai loro corpi originali, ormai polvere del lontano passato di Marte… 😉

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    1. Purtroppo i film di Carpenter di successo sono stati davvero pochi…
      Ice Cube ha dimostrato di non aver capito nemmeno lui in che film fosse capitato, provando il fatto che la sua presenza sia stata imposta dalla produzione e non voluta da zio John!

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  2. Se non ci pensiamo noi altri, tra Avengers, Netflix e la scadenza dei diritti televisivi (chissà quanto ancora reggono i privilegi Mediaset, per altro ottenuti, si sa, con l’inganno ai danni di Fox, Universal ecc.: Big Trouble in Little China “resiste” ancora grazie a Rete4), Carpenter tra poco farà la fine di Kenji Mizoguchi, Yasujiro Ozu, Monte Hellman o Michael Powell: si dovrà aspettare 50 anni per vedere i suoi film “free” (prima di YouTube, vedere un film di Mizoguchi era del tutto impossibile)… la cosa è perfino affascinante, se vogliamo: alla fine di «In the Mouth of Madness», Trent (=Lovecraft) dice proprio che, una volta arrivati i mostri, che si “consolidano” sempre più con i romanzi “religiosi” e con il film (dello stesso Carpenter, ahaah!), l’umanità scomparirà, diverrà solo un mito per i mostri bambini…
    Mizoguchi, per me, era questo: un nome volante, una leggenda, che si narrava a veglia: nonostante tutti i libri di storia del cinema ne parlassero come di un super, i suoi film non c’erano, in nessun posto, neanche nelle cineteche “normali” (nemmeno in Mediateca Toscana, per capirsi): chi li aveva visti era andato a Tokyo, s’era fatto spedire stralci di pizze neanche integrali, o si basava perfino su resoconti fatti da altre persone…
    Carpenter sta per diventare così: un fiaba, un mito, una di quelle cose che vedi solo se la cerchi, e non la puoi cercare perché non la conosci…
    Parlare di lui, quindi, è ancora più importante!
    Ma ancora più godurioso è riconoscere il suo genio che, lovecraftianamente, aveva previsto la sua “impermanenza”…

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    1. Si, in effetti per essere one of the most acclaimed film-makers in cinema history, Mizoguchi è introvabile. E più andiamo verso i moghul dello streaming che controllano cosa puoi vedere e cosa non puoi vedere, più andiamo verso la scomparsa delle voci più discordanti della scena, o semplicemente delle opere che non incontrano il favore delle masse. Il mio povero Terry Gilliam che fine farà? E zio John? Quindi concordo: bisogna scriverne, e più ne leggo più voglio scriverne! :–)

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      1. Ieri ho letto che Netflix UK rimontava «Mommy» di Xavier Dolan perché i “cambi di formato” del film disturbavano il loro standard di streaming… Dolan li ha diffidati e Netflix ha visto bene di togliere direttamente il film dal catalogo…
        Sicché, se fosse per i colossi dei media, l’oblio toccherebbe anche ai “giovani”, di cui, cioè, c’è “memoria” («Mommy» è di pochi anni fa), figurati allora cosa tocca ai “classici”!

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      2. Si, infatti è aberrante: come dire che vuoi appendere un quadro di Van Gogh al muro ma lo ritagli per ridimensionarlo per adattarlo alla parete. Io finché potrò continuerò ad ammassare Bluray e DVD che quelli non me li rimonta nessuno a meno che non mi entrino in casa!

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      3. Ho comprato il Don Chisciotte di Gilliam…
        iTunes, super HD, quasi 10 giga, È SOLO IN ITALIANO…
        Si sembra tornati a quando le uniche versioni buone erano in LaserDisc, che però contavano 10 lettori venduti al mondo e perciò, semplicemente, non li trovavi!

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  3. Non so proprio cosa si possa criticare, forse Ice Cube che non è Kurt Russell, ma nessuno lo è. Per assurdo se Desolazione Williams lo avesse interpretato Jason Statham sarebbe stato meglio, ma detto questo è un film figo con un umorismo (nerissimo) che ogni volta mi fa rotolare dal ridere, dimostrazione che se questo è il peggio di Carpenter, resta comunque cento volte meglio tanta altra roba più blasonata e pettinata 😉 Cheers!

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    1. Statham nei panni di Desolation sarebbe stato meglio sì, infatti zio John voleva lui! :–)

      Statham è come Arnold: se gli dai la parte giusta la fa bene (tipo a Arnold un barbaro che non parla o un Terminator che non parla, che lo fai parlare a fare uno così?)!

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  4. Questo bel film altro non è che un remake in chiave Sci-Fi di Distretto 13, tutte le caratteristiche del cinema di Carpenter sono contenute in questo film (e di conseguenza in Ghosts of Mars): Assedio come teatro degli eventi, il protagonista è un antieroe, critica sociale (Non sono le antiche entità di Marte che seminano terrore, sono i coloni umani che si sono dispoticamente insediati sfruttando il territorio e creando morte e distruzione, ovvero la storia della nascita della società americana creatasi a scapito dei locali pellerossa).

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  5. Carpenter è capace di mettere dei sottotesti interessanti in film quadrati e ben girati, attenti all’aspetto “tecnico” e a fare il massimo con il poco a disposizione. Anche io ho sempre trovato divertente Ghosts of Mars, e a distanza di un secolo il suo look sporco, rosso, un po’ metallaro e i suoi temi terra-terra (ma legati a doppio filo con l’andamento della storia e la situazione dei personaggi) mi sono rimasti molto più impressi di altri film rarefatti e artistoidi che alla fine ti chiedi di cosa avessero voluto parlare, e nel frattempo ti sei fatto due palle…

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    1. Anche a me sto film piace proprio. Ci arrivai tardi con tutti che me ne parlavano male (“i mitra di plastica”), e invece lo apprezzai da subito. Mi sembra chiaro l’intento di Carpenter che fa il suo lavoro come il maestro che è e consegna alla storia un film quadratissimo e divertente. Che devo volere di più? :–D

      Non ho visto The Martian, ma scommetto che mi piacerebbe meno di Ghosts of Mars, se ho fatto un esempio che calza con la tua frase finale! :–)

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