Habana blues: recensione del film

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Scrivere di Habana Blues, film del 2005 diretto da Benito Zambrano, è un po’ come danzare di architettura, per parafrasare il mitico Frank Zappa. C’è così tanta musica in questo film che scriverne equivale a scrivere della sua colonna sonora, ed è difficile parlare di musica! Comunque sia, ci proverò.

Habana Blues è la storia di due amici inseparabili, Ruy (Alberto Yoel) e Tito (Roberto San Martín). Musicisti a Cuba, hanno il sogno di sfondare, di andarsene dall’isola e farsi una vita in Europa. Per farlo, oltre a comporre e suonare musica come se non ci fosse un domani, Ruy non esita ad andare a letto con qualunque turista gl prometta di dare visibilità alla loro musica all’estero (notare che alla moglie, interpretata da Yailene Sierra, questa strategia non è che vada proprio benissimo, diciamo). Ma l’occasione vera arriva quando una casa produttrice spagnola arriva a La Habana in cerca di talenti. Ruy si butta (letteralmente) su Marta (Marta Calvó) che ha le redini dell’operazione, le cose sembrano andare bene, ma poi ecco arrivare una serie di richieste che complicheranno l’affare…

Ma è inutile girarci intorno: la trama non è il pezzo forte del film. Anzi, la trama è banale: due grandi amici, l’occasione della vita, uno screzio, l’allontanamento e poi il riavvicinamento. Quante volte abbiamo visto questo cliché sul grande schermo? Troppe per emozionarci anche con questa. Ma qui ad emozionare è la musica! E la cosa bella è che si vede e si ascolta un lato musicale di Cuba decisamente non convenzionale. Scordatevi i Buena Vista Social Club, qui c’è il rock and roll, il punk, e c’è pure un po’ di death metal! Le canzoni della colonna sonora si susseguono una dietro l’altra e portano avanti la trama trita e ritrita supportando anche delle prove attoriali non proprio di primo livello (specialmente di Alberto Yoel, che è bello e molte volte si accontenta di essere bello quando è in scena, scordandosi di recitare).

Detto questo, ci sono elementi da apprezzare anche nella storia. Si parla apertamente di dittatura e di controllo degli individui, si parla di emigrazione clandestina e di fuga verso quello che viene percepito come un paradiso (che sia l’Europa o sia Miami), il tema dell’infedeltà coniugale è affrontato in maniera realistica e ha delle reali conseguenze sui personaggi… insomma, non è un film stupido. Per non parlare del tema dell’arte, dell’onestà intellettuale e della necessità o volontà di vendersi per emergere!

Quindi da una parte troviamo cliché noiosamente ripetuti, dall’altra spunti interessanti, e a condire il tutto una musica travolgente. E La Habana ci viene mostrata in tutto il suo fascino decadente, in tutta la sua povertà, il suo sudore, la sua tristezza e la sua allegria, non nella versione acchiappa-turisti che porta così tante coppie recentemente sposate a farne una destinazione classica da viaggio di nozze. Insomma, da vedere (ed ascoltare), ciao!


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