Arrival: recensione del film

this-amy-adams-movie-about-an-alien-arrival-looks-like-the-sci-fi-thriller-of-the-yearArrival è un film di fantascienza uscito nel 2016 diretto da Denis Villeneuve (quello di Blade Runner 2049, tra le altre cose) con protagonisti Amy Adams (Nocturnal Animals), Jeremy Renner (vari cinefumettoni della Marvel) e Forest Whitaker (The Last King of Scotland). Villeneuve è un regista attualmente considerato tra i più promettenti se non già tra i più bravi in circolazione ed è pure molto prolifico. Tra il 2013 e il 2017 ha sfornato Prisoners, Enemy, Sicario, questo Arrival, e il seguito di Blade Runner, poi si è fermato un attimo perché evidentemente la lavorazione di Dune, in uscita prossimamente, gli sta portando via un po’ di tempo! Per adesso ammetto che non sia entrato nella lista di registi da me particolarmente amati: i suoi film che ho visto normalmente non mi sono dispiaciuti, ma nemmeno mi hanno mai convinto fino in fondo (probabilmente il mio preferito è Sicario, per ora). E che dire di Arrival?

Arrival è un film che parte da una premessa ampiamente sfruttata in letteratura e al cinema: delle astronavi non identificate arrivano sulla Terra e gli esseri umani iniziano un primo contatto con gli alieni al loro interno. Invece di buttarla in caciara come per esempio Independence Day (1996), Villeneuve dà al suo film un ritmo lento e riflessivo seguendo gli sforzi della linguista Louise Banks (Amy Adams), coadiuvata dal fisico Ian Donnelly (Jeremy Renner: capisco sempre poco la scelta di far interpretare degli studiosi a gente con un fisico bestiale, stile Russell Crowe che interpreta il mingherlino John Nash in A Beautiful Mind, 2001). I due lavorano sotto l’attenta supervisione del colonnello Weber (Forest Whitaker) con l’UFO atterrato in Montana, mentre altri governi mondiali stanno facendo sforzi simili negli altri undici siti che includono tra gli altri Cina, Russia, Sudan e Australia.

Quindi tutta la prima parte del film gioca con silenzi, piccoli passi in avanti in quanto a comunicazione con i due alieni nell’astronave, e confronti tra i due scienziati e il colonnello che vuole risultati concreti in fretta. Qui si nota tutto uno studio fatto per far sembrare realistico l’approccio alla comprensione di una lingua totalmente sconosciuta, addirittura extraterrestre. I due alieni, soprannominati Abbott e Costello, dimostrano di avere un linguaggio scritto, oltre che parlato, e uno dei misteri sta proprio nella mancanza di correlazione tra ciò che comunicano scrivendo e ciò che dicono emettendo strani versi.

Purtroppo, il regista getta rapidamente la spugna: invece di continuare con la lenta strada della difficile comunicazione tra terrestri e extraterrestri, ad un certo punto ecco un bel salto temporale di mesi con tanto di voce narrante a spiegare i progressi fatti. Ma, mi chiedo, allora che senso ha impartire un ritmo lento se poi ti rendi conto che non lo puoi mantenere e lo risolvi nel peggiore dei modi, con lo spiegone? Non solo! Quando finalmente Louise riesce ad andare vicino a uno dei due alieni per parlarci ecco apparire dei sottitoli a rivelare allo spettatore il significato deli segni dell’extraterrestre. Davvero non c’era un modo più intelligente per veicolare il messaggio? Qui siamo praticamente ai livelli del robot di Interstellar (2014) che accompagna il protagonista solo per spiegare a voce alta allo spettatore cosa stia succedendo (cosa che Kubrick col suo 2001: A Space Odyssey si guardò bene dal fare!).

Andando oltre queste mie critiche sulla parte della comunicazione, una cosa che invece mi è piaciuta del film (pur se non troppo originale) è la concezione del tempo come non lineare da parte degli alieni. Questo è forse il tema più bello dell’intero film, con i protagonisti che una volta capito il linguaggio alieno capiscono anche che passato, presente e futuro hanno solo un valore relativo. A me è piaciuto anche il fatto che in realtà questo non significhi poter cambiare il futuro a proprio piacimento: i personaggi non sembrano avere la possibilità di scegliere cosa fare del loro futuro, pur conoscendolo! Louise sceglierà di avere una figlia con Ian pur sapendo a cosa va incontro, così come il generale cinese (Tzi Ma) dovrà mostrare (lo stesso generale usa il verbo dovere nel dialogo con lei) il suo numero di telefono a Louise e rivelarle le ultime parole di sua moglie nel futuro. E questo spiega anche la grande tristezza del personaggio di Amy Adams, impeccabile nella sua interpretazione.

Che altro dire? Dato l’inizio del film, mi ha un po’ deluso pure il finale con la corsa contro il tempo per fermare una guerra evitata per un soffio grazie ad una telefonata in extremis. E mi ha fatto anche un po’ ridere il fatto che l’esercito statunitense si pieghi a qualunque richiesta di due scienziati civili e che gli unici suoi atti di violenza derivino da alcune mele marce deviate da troppa cattiva televisione. Capisco che la produzione era statunitense, ma ancora qualcuno crede davvero all’esercito buono e al servizio della popolazione e del benessere dell’umanità? Ridicolo.

Quindi ve lo consiglio Arrival? Si tratta certamente di un film interessante, pur con i suoi difetti. Ha delle belle scene che sfruttano degli ottimi effetti speciali, Amy Adams è bravissima e la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson è tutta da ascoltare (fatta sovraregistrando suoni su nastri magnetici mandati in loop infiniti, per restare in tema con la trama). Da qui a dire che sia un capolavoro della fantascienza come qualcuno ha detto ce ne corre! Ciao!


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15 risposte a "Arrival: recensione del film"

  1. Concordo che definirlo “capolavoro” è un’esagerazione. Tuttavia per l’appassionato del genere (e probabilmente anche per chi non ama astronavi, alieni e tutine spaziali) è un film che ha un approccio “fuori dal coro”. A me è piaciuto sopratutto per il citato approccio alla comprensione di una lingua totalmente sconosciuta.

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    1. Sicuramente vuole essere un film di fantascienza non convenzionale e per questo è encomiabile. Forse mi aspettavo che andasse fino in fondo in questa sua intenzione, e invece mi ha un po’ deluso che abbia preso delle scorciatoie, per così definirle. Comunque molto meglio della maggioranza della roba di fantascienza ad alto budget che esce in questo periodo!

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    1. Avendo amato molto il racconto ed avendo trovato molto deludente il film (per usare un eufemismo), posso dirti cje il film ha usato alcuni temi del racconto solamente come trampolino di partenza per fare quello che realmente voleva fare: immagini fighette, colori alla moda e lentezza che faccia pensare “Oh, che film d’autore!” 😛

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  2. Ecco, diciamo pure che la concezione del tempo non lineare degli alieni di Arrival può ricordare da vicino l’assenza di un vero e proprio concetto di tempo tipica dei Profeti di DS9… 😉

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  3. Io ci ho visto molto di End of Childhood (l’invasione aliena misteriosa, gli alieni più evoluti di noi) e Mattatoio n 5 (il tempo non lineare). Le idee da sole reggono all’inizio, che pure è evocativo, ma in qualche modo sembrano scialacquate in un film che sembra percorrere una strada concettuale, per ripensarci a metà, vergognarsi e tornare indietro su un percorso banalmente narrativo e francamente stupidino, come hai notato anche te. Non riesco a farmi piacere queste vie di mezzo, avverto una scollatura fra il tono del racconto e il materiale raccontato tale che gli spunti interessanti li ho persi di vista e il ritmo mi ha addormentato.

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    1. Effettivamente c’è anche un po’ di Vonnegut in questo Arrival (e curiosamente c’è una cosa in stile Star Trek in Mattatoio n. 5, la prigione per umani degli alieni come in Lo zoo di Talos, pilot usato ne L’ammutinamento andato in onda l’anno prima dell’uscita del libro, e pure nei Profeti e il loro tempo non lineare in DS9 di 25 anni dopo), ma il film non arriva ad avere la profondità della sua opera… Mi piace la parola scollatura che hai usato, mi sembra molto appropriata per definire un film che mal concilia le sue premesse col suo svolgimento!

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