Stranger Than Paradise: recensione del film

snnjpvjqevaof37y2adi9ve1dwgStranger Than Paradise (in italiano, Stranger Than Paradise – Più strano del Paradiso) è l’opera prima di Jim Jarmusch, il cui mediocre lavoro precedente, Permanent Vacation, è soltanto da considerarsi un progetto di uno studente alla scuola di cinema. Uscito nel 1984 e prodotto con un risicato budget di 100mila dollari, ebbe un successo inaudito: riconoscimenti e premi in vari festival, tra cui quello di Cannes, e status di film cult ottenuto in tempi record. E oggi ne scrivo io su questo blog!

La trama è riassumibile così. Willie (interpretato dal musicista amico di Jarmusch già visto in Permanent Vacation, John Lurie) è un perdigiorno ungherese che da anni vive a New York in un minuscolo appartamento decisamente poco accogliente. Il suo suo unico amico pare essere Eddie, interpretato da Richard Edson, ex-batterista dei Sonic Youth qui al suo esordio come attore. Ad un certo punto a Willie tocca ospitare per dieci giorni sua cugina Eva (Eszter Balint) che arriva direttamente da Budapest per stabilirsi a Cleveland dalla zia Lotte (Cecillia Stark), cugina che lui tratterà nel modo peggiore possibile ignorandola quasi completamente.

Eppure dopo un anno a Willie verrà voglia di rivedere Eva e, approfittando di un bel gruzzoletto messo su tra scommesse sui cavalli andate bene e truffe a poker, accompagnato dal fido Eddie andrà a Cleveland in quello che si trasformerà in una vacanza in Florida insieme pure alla cugina. Fine. In realtà, parlare di trama in un film di Jarmusch è sempre poco informativo, perché tutto accade in un’atmosfera assolutamente surreale, che poi è l’ingrediente principale di questa commedia. Si ride, a tratti, per le situazioni assurde vissute da questi personaggi incredibili.

Dei luoghi che ho menzionato non vediamo praticamente niente: un appartamento disastrato a New York, la casa della zia a Cleveland, e in Florida in un motel da due soldi in mezzo al niente. E da questo nasce una delle battute più riuscite del film, quando Eddie dice che alla fine i posti sono un po’ tutti uguali tra di loro! Se passi le giornate a giocare a carte in casa, effettivamente che tu stia a New York o a Cleveland non cambia niente!

Anche i rapporti interpersonali tra i tre personaggi principali sono quanto minimalisti. E anche questo è il meccanismo usato da Jarmusch per creare situazioni comiche. Gli stessi Willie e Eddie si chiedono perché stiano facendo quello che stanno facendo quando vanno a vigilare la cugina che esce al cinema col suo amico/ragazzo Billy (Danny Rosen): perché mai dovrebbero controllarla, visto che non l’hanno mai fatto e, presumibilmente, non lo faranno mai più?

Ma dove il film eccelle è nel finale. Il Paradiso del titolo è la Florida di cui vediamo, appunto, solo un sordido motel. Lì le situazioni ridicole si sprecano, con lo scambio di persona che frutta ad Eva moltissimi soldi, i ridicoli presentimenti di Eddie e la corsa in aeroporto di Willie per ritrovare Eva, fino al finale che strappa certamente qualche risata.

Che dire del film? Mi è parso la naturale evoluzione del precedente Permanent Vacation. Stavolta tutto in bianco e nero (non sarà l’ultima volta che Jarmusch lo userà), è strutturato come una serie di piani sequenza intervallati ogni volta da uno o due secondi di schermo nero. Le battute scambiate dai personaggi, tutti rigorosamente fumatori accaniti, sono surreali e a malapena riescono a far avanzare la trama. Il film punta tutto sul creare un’atmosfera non-sense che alla fine facilita la creazione di situazioni divertenti per la loro assurdità. Per esempio, si ride nelle scene del cinema a Cleveland, della visita del lago Erie durante una tempesta di neve, o della partita di poker a New York. E si ride anche per il rapporto assurdo tra Willie, che pensa di essere un tipo molto ganzo ma che in realtà non lo è per niente, e della sua spalla Eddie che parla bene di tutti i posti che gli vengoni nominati senza averne visitato nemmeno uno.

Quel poco che si vede dei luoghi in cui è ambientato il film è brutto, angusto e sporco. E stavolta c’è poca musica, fondamentalmente solo la canzone I Put A Spell On You di Screamin’ Jay Hawkins (che poi vedremo in Mystery Train sempre di Jarmusch) ascoltata da Eva col suo mangianastri portatile e che non piace a Willie. Come concludere questi miei pensieri, quindi? Trovo interessante che Jarmusch sia considerato come un iniziatore di un genere di cinema indipendente che se ne frega di tutto e tutti e che con pochi soldi riesce a produrre lungometraggi che abbiano qualcosa da dire. Per esempio, tra le altre cose Stranger Than Paradise riflette sull’alienazione dello straniero e di chi vive ai margini della società, un tema che in un’ora e venti di film entra dentro le ossa dello spettatore e non lo lascia tranquillo per un bel po’. Forse ci mette un po’ troppo a ingranare la marcia, per essere una commedia le risate arrivano praticamente solo nel terzo atto, ma comunque lascia il segno e porta la firma inconfondibile di un autore i cui film sono tutti assolutamente riconoscibili. Ciao!


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