Saul fia: recensione del film

saul_fia_big-e1449754546486-1024x576Saul fia (Il figlio di Saul) è il primo film da regista di László Nemes, ungherese, che nel 2015 vinse inaspettatamente una marea di premi tra cui il Grand prix a Cannes e l’Oscar come miglior film in lingua straniera. Il tema del film è l’olocausto e il regista lo tratta in una maniera fredda, cruda, non melodrammatica, quasi documentaristica. Non a caso la trama si basa su fatti realmente accaduti… ed eccola questa trama, che comunque secondo me ha un’importanza secondaria nella logica del film.

Saul (Géza Röhrig) si trova nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz e fa parte di un Sonderkommando, cioè una squadra di prigionieri addetti alla pulizia delle camere a gas e alla raccolta di oggetti preziosi appartenuti alle persone uccise dai nazisti nelle suddette camere. Un giorno in uno dei gruppi mandati a morire in quelle che i soldati tedeschi chiamavano semplicemente “docce”, Saul trova suo figlio, o almeno ne sembra convinto. Il figlio quasi miracolosamente sopravvive all’inalazione del gas Zyklon B, ma viene ucciso a freddo da uno dei dottori tedeschi subito dopo. Saul da quel momento non avrà altro obiettivo che dare degna sepoltura al cadavere del figlio e per questo si metterà a cercare un rabbino. Nella sua ricerca si imbatterà in altri membri di sonderkommando in azione per ripulire i resti dello sterminio portato avanti dai nazisti ad Auschwitz, e sarà testimone di infinite atrocità tra cui esecuzioni a sangue freddo, massacri, e violenza ingiustificata senza fine.

Tutti questi eventi li viviamo attraverso lo sguardo di una telecamera a mano che segue incessantemente Saul, una telecamera con lenti 40mm che offre un campo visivo molto limitato, opprimente. I colori sono tutti spenti: il grigio dei vestiti sporchi dei prigionieri e della nebbia, il marrone del sangue e della terra, il nero dell’oscurità… non c’è nemmeno un momento di calma, di respiro. Per un giorno e mezzo entriamo nella vita infernale del campo di stermino e nemmeno per un secondo il regista ci offre un appiglio di speranza, un’immagine bella o luminosa. Il vero protagonista del film non è Saul, è la morte, la mancanza di luce e di speranza.

Non so se si è capito, ma il film è un cazzotto nello stomaco che veicola perfettamente il messaggio che la violenza nazista non aveva nessun senso e le atrocità commesse in quel periodo storico non hanno nessuna giustificazione possibile. E il messaggio di Il figlio di Saul arriva ancora più forte sapendo che i fatti che vediamo svolgersi di fronte agli occhi del nostro protagonisti sono accaduti realmente: c’erano medici prigionieri costretti a collaborare coi macellai nazisti, alcuni sonderkommandos si ribellarono davvero alle guardie nel 1944 ad Auschwitz, il personaggio della donna che passa la polvere da sparo a Saul è basato su una persona realmente vissuta…

Che altro dire? Questo film è un’esperienza in cui immergersi per uscirne cambiati, più sensibili rispetto a certi temi politici che, purtroppo, in questo momento storico stanno tornando fuori con una forza inaspettata: l’estrema destra sta ottenendo sempre più consensi intorno a temi come il razzismo e l’odio per il diverso. Non dimentichiamoci a cosa hanno portato idee simili in passato. Saul fia ci aiuta a non dimenticarlo e quindi sono felice di averlo visto e che la sua importanza sia stata riconosciuta anche a livello di riconoscimenti di critica e pubblico in tutto il mondo. Ciao!


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4 risposte a "Saul fia: recensione del film"

  1. A mio avviso è così che dovrebbero essere fatti i film sull’olocausto. Senza cercare di sdrammatizzare o rendere meno crudele, ma mostrare gli orrori fatti sulle persone. E’ un film che mi è molto piaciuto ma che faccio fatica a riguardare perché appunto ti fa sentire molto male per la sua crudeltà.

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