Star Trek: Voyager – S02E09, Gli spiriti del cielo

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Gli spiriti del cielo (titolo originale: Tattoo, cioè Tatuaggio) è un episodio che sulla carta non dovrebbe piacermi nemmeno un po’ ma che invece mi è piaciuto da morire e alla fine mi ha pure commosso. Eppure ci sono tutti gli elementi per qualificarlo come mediocre, e sono il primo ad ammetterlo! Ma che ci posso fare? Il tema mi ha toccato profondamente e quando è finito me lo sono riguardato una seconda volta così, senza nemmeno esitare. Di che tratta?

Chakotay e alcuni membri dell’equipaggio sono su un pianeta per cercare risorse quando si imbattono in un simbolo che il comandante riconosce come uno usato dalla sua tribù di nativi americani sulla Terra. La possibilità di incontrare qualcuno in grado di arrivare al quadrante Alpha porta la USS Voyager a seguire la scia lasciata da una nave con capacità warp (velocità curvatura) che porta ad un pianeta con una vegetazione simile a quella terrestre. Ma quando Chakotay, Neelix, Tuvok e Torres scendono sul pianeta (ancora una volta con uno shuttle, il teletrasporto non funziona mai!) incontrano soltanto tracce di una civilizzazione, ma nessun essere vivente. Soltanto una volta che Chakotay rimane solo dopo un teletrasporto d’emergenza riuscirà ad entrare in contatto con gli alieni del posto.

Cos’ha di bello questa puntata? Tutto si gioca con un continuo alternarsi di flashback che dal pianeta nel quadrante Delta ci riportano al Chakotay adolescente portato dal padre sulla Terra (e quindi lontano dalla colonia vicina al confine cardassiano dove vivevano) alla ricerca delle proprie radici. Non solo l’alternanza è fatta benissimo con una serie di match cut ben pensati (cioè scene collegate da dettagli comuni ai due piani temporali: l’aquila nel cielo, le armi posate a terra, il simbolo inciso nel legno…), ma il contrasto tra l’adolescente che considera le credenze dei suoi antenati come delle baggianate e il padre come un vecchio noioso e superstizioso e il Chakotay odierno così fortemente spirituale è davvero ben scritto e ben attuato. Sia Robert Beltran che Henry Darrow (che interpreta il padre) fanno un lavoro eccezionale e la storia personale dell’ex-maquis ha una forza incredibile in questo episodio. Ed è per questo che mi è piaciuto tanto, è proprio una storia che mi è arrivata dritta al cuore.

D’altra parte, l’episodio in sé non offre niente di interessante a pensarci oggettivamente. Siamo dall’altra parte dell’Universo e gli scrittori non riescono a pensare ad altro che a una storia coi nativi americani (già apparsi sia in The Original Series che in The Next Generation – per l’addio di Wesley Crusher). Le coincidenze che portano la Voyager a trovare questi alieni sono infinite: sul pianeta casuale la squadra esplorativa comandata da Chakotay si imbatte proprio nel simbolo che solo lui (quasi nell’intero Universo) può riconoscere; proprio qui vivono coloro che visitarono i suoi antenati sulla Terra secoli fa; pensare, come fanno gli sceneggiatori, che i nativi americani siano una grande tribù che parla un’unica lingua e che rispetta la natura sopra ogni cosa è una forzatura abbastanza grossa della storia (si vede che ho appena letto Sapiens di Yuval Noah Harari?); l’aquila che attacca Neelix senza motivo (comunque basta mandarlo sui pianeti, l’ultima volta ha perso entrambi i polmoni, in Ladri di organi, stavolta quasi perde un occhio!) non si capisce a cosa serva… E poi l’unica volta in cui il traduttore universale dovrebbe funzionare, visto che la lingua dei nativi americani dovrebbe essere inclusa nella sua base dati, non funziona! Si riesce a parlare senza problemi con Neelix (un Talaxian), con gli Ocampa (Dall’altra parte dell’Universo), coi Kazons (Tradimento a bordo, Iniziazioni), coi Vidiian (Ladri di organi, Separazione), coi Banean (Un testimone insolito)… ma non con qualcuno che è stato sulla Terra? Mah…

Però come ho detto difendo questo episodio semplicemente perché mi ha convinto al 100% la sua parte “umana”, la storia personale di Chakotay. Ed è per episodi come questo che guardo Star Trek da venti anni e più! Ciao!

PS: la storia secondaria con Kes che insegna una lezione di empatia al Dottore che si programma un’influenza è semplicemente fenomenale. Jennifer Lien e Robert Picardo continuano ad essere due degli aspetti migliori di Star Trek: Voyager!

PPS: il padre di Robert Duncan McNeill è morto quest’anno e per questo anche per lui vedere Gli spiriti del cielo è stato particolarmente emozionante, o almeno così ha dichiarato nel podcast The Delta Flyers. La puntata ha comunque rapidamente virato sul divertimento quando lo stesso McNeill ha rivelato che il sedere di Beltran che si vede nell’episiodio di Voyager è un effetto speciale digitale (nella TV statunitense mostrare un sedere maschile era taboo al tempo) e soprattutto quando Garrett Wong ha chiamato Robert Picardo che era in bicicletta, è caduto in diretta e si è fatto male, guarda un po’, proprio sul sedere e l’ha presa a ridere!


Episodio precedente: Visioni mentali

Episodio successivo: Il potere della mente


8 risposte a "Star Trek: Voyager – S02E09, Gli spiriti del cielo"

  1. Una storia tangente misticismo e spiritualità in modo meno efficace -anche al netto delle prevedibili semplificazioni riguardo alla cultura dei nativi americani- di quanto si riesca a fare in DS9, ma che davvero trova la sua ragion d’essere nei personaggi principali, tra i quali c’è quello stesso Henry Darrow che interpretava l’ammiraglio “mangiavermi” nell’episodio di TNG “Cospirazione”…
    P.S. Comunicazione di servizio: Il Capo degli spiriti del cielo è interpretato da Richard Chaves, indimenticato Poncho nel Predator di John McTiernan nonché tenente colonnello Paul Ironhorse nella serie War of the Worlds (trasmessa anche in Italia anni fa come “La guerra dei mondi”), continuazione ideale e aggiornata dell’omonimo classico diretto da Byron Haskin nel 1953. 😉

    Piace a 1 persona

    1. Nooooo! Chaves non l’avevo riconosciuto!!!

      E si, Henry Darrow fa un ottimo lavoro con Beltran in questo episodio. Per me questo è uno dei misteri di Star Trek: anche quando capisco che siamo di fronte a qualcosa di oggettivamente bassa qualità (rispetto a quanto ci ha abituato il brand), inaspettatamente mi emoziona e mi piace un sacco. :–)

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