Assault on Precinct 13: recensione del film

maxresdefault1John Carpenter esordì come regista nel 1976 con Assault on Precinct 13 (fantasiosamente intitolato Distretto 13: Le brigate della morte in Italia), se non contiamo il suo Dark Star che, pur precedendolo di due anni, nasceva come progetto studentesco del periodo universitario e non come vero e proprio lungometraggio.

Per Assault on Precinct 13 Carpenter si ispirò a Rio Bravo di Howard Hawks (di cui era un grande ammiratore, e di cui farà forse il miglior remake della storia del cinema, The Thing, nel 1982) così come a Night of the Living Dead (1968) di George Romero. Ma il film è molto di più di un omaggio ad opere precedenti: Carpenter da subito inserisce i temi cari al suo cinema come la simpatia verso le minoranze e l’antipatia verso l’autorità. E da subito si rivela per il ribelle che continua ad essere alla veneranda età di 70 anni, inserendo nel suo primo film l’omicidio a sangue freddo di una ragazzina, cosa praticamente mai vista prima di allora. Così, per farsi ben volere da tutti!

Skiò!

Qual è la trama di Assault on Precinct 13? La polizia uccide brutalmente sei membri di una gang, gli Street Thunder. I rimanenti membri giurano vendetta e nella loro assurda ricerca di vittime fanno fuori un gelataio e una bambina. Il padre di quest’ultima prova a farsi giustizia da solo e dopo una sparatoria si rifugia in stato di shock in un distretto di polizia in chiusura in cui per puro caso ci sono, oltre a un paio di poliziotti e due segretarie, delle guardie carcerarie e tre detenuti, tra cui il mitico Napoleongot a smoke?Wilson (Darwin Joston) e Wells (Tony Burton). E da lì in poi il film ci racconta l’assedio durante la notte in cui lo strano assortimento di assediati prova a sopravvivere ad un’orda di assetati di sangue senza nessuna paura di morire (ed ecco il parallelo con Rio Bravo e con Night of the Living Dead).

Assault on Precinct 13 è cinema carpenteriano puro. Il protagonista è di colore, il tenente Ethan Bishop (Austin Stocker) e nei film di Carpenter non è inusuale che i protagonisti o i coprotagonisti facciano parte di una minoranza: donne (The Fog, Halloween, The Ward), asiatici (Big trouble in little China, Prince of Darkness) o afroamericani (Assault on Precinct 13, They Live).

C’è l’antieroe, Napoleon Wilson, condannato a morte ma che fa di tutto per salvare la vita sia del tenente che degli altri intrappolati nel distretto. La sua figura non è lontana da quella di Snake Plissken di Escape from New York e di Escape from Los Angeles.

La maggioranza dei poliziotti o delle guardie carcerarie è di una cattiveria e di una stupidità impressionanti, altro tema che ritroveremo in parecchi film del regista statunitense: si pensi alla cattiveria e al cinismo dei poliziotti e dei politici di Escape from New York (1981), o alla visione di John Trent in In the Mouth of Madness (1994) in cui un poliziotto che gradualmente si trasforma in un essere mostruoso manganella senza pietà una persona in un vicolo buio.

E un altro dei temi cari a Carpenter è la non-distinzione netta tra il bene e il male. Napoleon Wilson potrebbe sembrare un buono, ma sappiamo che ha ammazzato parecchia gente e che su di lui pende una condanna a morte! I poliziotti sono buoni? Ma allora perché chiudono un distretto in un quartiere malfamato dove le persone non possono sentirsi al sicuro nemmeno quando vanno a fare la spesa al supermercato in pieno giorno? E i membri della Street Thunder hanno almeno un briciolo di giustificazione nella loro ricerca di vendetta per i compagni uccisi a sangue freddo dalla polizia ad inizio film?

E questo film non è interessante solo per i temi sviluppati da John Carpenter! L’utilizzo della macchina da presa è incredibile, perfetta per creare un’atmosfera tesissima, ogni fotogramma è perfettamente pensato, simmetrico, preciso… Già da questa sua prima opera si capiva il maestro del cinema che era e che è! E in più è pure un maestro musicale: la colonna sonora è strepitosa e ancora di più se pensiamo che Carpenter ebbe solo un giorno per registrarla in studio per motivi di budget!

Insomma, tutto è fantastico in questo film. Io l’avrò visto almeno una ventina di volte, senza esagerare, e sono sicuro che lo riguarderò ancora più volte! Ciao!


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27 risposte a "Assault on Precinct 13: recensione del film"

  1. Bel titolo. Peccato per la messinscena che poteva essere leggermente più curata, soprattutto nelle scene centrali del film. Comunque bello crudo e cattivo come si richiede dal buon Carpenter. Non tra i miei preferiti del regista. Lo reputo un po’ acerbo e delle volte forzato nella scrittura.

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    1. Paga il budget limitatissimo, ma ormai per me anche le armi un po’ plasticose e i muri di cartongesso hanno il loro fascino… X–D

      A livello di scrittura secondo me non è forzato: la trama è presa da altri film, e i dialoghi li trovo anche divertenti!

      Ok, ok, sono un fanboy, non si può parlare con me di questo film…

      "Mi piace"

    1. No no, ma è strabello. Ce ne fossero. Però si sente l’esordio e non è invecchiato benissimo. Secondo me Dark Star è più bello di questo perché la cornice surreale e fortemente ironica lo mette su un piano differente.

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      1. Non so, sono a loro modo due cult, anche se per ragioni diverse… Dark Star in chiave ironico-parodica, questo in chiave di epica moderna… sinceramente preferisco Distretto, lo vedo più carpenteriano… Dark Star è stato un unicum nella sua filmografia…

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  2. L’hanno fatto l’altra sera su 7Gold e volevo registrarlo, per vederlo la milionesima volta – sperando che l’emittente mandasse la rarissima pellicola italiana dell’epoca – e invece il timer del decoder non ha funzionato. Va be’, me lo rivedrò altre milioni di volte altrove 😛
    E la colonna sonora è fissa nella mia playlist ^_^

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  3. Pingback: ’71: teso

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