Darkest Hour

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Sono troppo vecchio per queste stronzate.

In realtà sono troppo poco vecchio per queste stronzate. Dovrei esserlo di più per apprezzare il biopic annuale su una grande figura della storia moderna. Sono troppo vecchio e al contempo non sono troppo vecchio.

Sinceramente? Volevo andare a vedere All the Money in the World (2017) di Ridley Scott ma mi sono ammalato, e il The Space Cinema ha pensato bene di toglierlo dopo poco più di una settimana di programmazione.

Ormai avevo la voglia di filmone e di cinema. Certo, potevo scegliere Come un Gatto in Tangenziale (2017), ma sono sicuro che si pianterà li per almeno tre mesi quindi, ahhh, posso godermelo quando voglio.

E allora, pensando che forse lo avrebbero tolto nel giro di mezzo secondo ho optato per Darkest Hour, biopic su Winston Chrchill di Joe Wright, talentuoso regista inglese che sicuramente ricorderete per alcune pellicole più che dignitose come Pride & Prejudice (2005) o Atonement (2007).

Wright torna al film storico, serio e ponderato dopo lo scivolone abbastanza inscusabile di Pan (2015), orribile rilettura fantasy del famoso racconto di J. M. Barrie “Peter and Wendy”. Rispetto a quello, Darkest hour sa di meritata rivincita che però puzza troppo di un ritorno forzato alle sue origini registiche e che ci lascia in mano un compitino ben svolto senza nessuna sostanza.

Darkest Hour racconta dell’ascesa al potere del Primo Ministro britannico Winston Churchill (siamo nel 1940), dipinto in modo abbastanza convincente da Gary Oldman, che si trova a dover guidare una nazione in guerra contro le schiaccianti forze del Terzo Reich che fa il bello e il cattivo tempo nel resto dell’Europa. La minaccia della guerra, la nazione sconsolata e senza speranze, un esercito in rotta da recuperare e l’astio di alcuni avversari politici non saranno sufficienti a piegare Churchill che troverà il modo di far breccia nel cuore del popolo, nel cuore dei politicanti e in quello del Re (un poco convinto Ben Mendelsohn, strano perché lui a me di solito piace). Risollevando, così, la morale di una nazione distrutta e ridando speranza ad un popolo perduto.

Darkest Hour è un compito didattico svolto con dedizione e consapevolezza, un film quadrato che funziona per quasi tutto il suo svolgimento ma che si scorda, spesso, di essere un film. Questo genere di biopic storico che ammette poche concessioni narrative da parte di chi lo racconta finisce quasi sempre per trovarsi sul filo del rasoio in bilico tra due precipizi: scadere nello storicamente inaccurato, che vanificherebbe l’essenza stessa del prodotto, oppure attenersi ai fatti senza concedersi nessuno svago nella scrittura, scelta più coerente con lo scopo del film ma che vira inevitabilmente verso la pedagogia.

Darkest Hour lavora con i pochi mezzi che ha a disposizione per tentare di trovare degli escamotage narrativi e sfuggire alla sua struttura pedagogica da film educativo. In questo Joe Wright si dimostra, come aveva già fatto al suo esordio sul grande schermo, di essere un regista quadrato e capace sfoggiando molte scelte registiche degne di nota. Interessante la scena della radio, dove l’occhio di Churchill si dipinge di rosso grazie alla luce della messa in onda, con lo sfumare sul terreno devastato dalle bombe che poi diventa il volto di un soldato morto con l’occhio rosso iniettato di sangue. O anche il bambino che guarda il cielo e un aereo attraverso la mano. O ancora l’entrata in scena del personaggio di Oldman, dal fondo buio della stanza illuminata solo dal sigaro fumante.

Questa struttura però soffre di un abuso di manierismo abbastanza noioso e di una mancanza di ingegno latente che si muove tra le righe del film. Tutto è come ce lo aspettiamo da questo genere di prodotto. L’entrata in scena ad effetto del protagonista del biopic; l’uscita di questo nel consenso dei suoi amici e nemici; la spalla con cui rapportarsi del protagonista (che bellina e che bravina Lily James) necessità di una trama che ha bisogno di un appoggio su cui costruire dei dialoghi perché troppo concentrata sul suo egocentrico (in senso metacinematografico) protagonista; la situazione incerta che poi si risolverà per il meglio; il trionfo della pecora nera; il discorso edificante al popolo, con tanto di etnia in minoranza accettata come eguale; i monologhi famosi resi tronfi e importanti dalla regia solenne.

Insomma.

Per quanto quello che vediamo possa essere al 100% in accordo con i fatti storici, per quanto la ricerca dietro il film e la struttura tecnica possano essere buone, per quanto il film abbia una sua dignità innegabile, questo Darkest Hour scade nel manierismo didattico. Un film quasi necessario quindi, necessario nel divulgare un fatto importantissimo della nostra storia a noi ancora vicino e che ha avuto delle ripercussioni sul mondo incredibili. Un film necessario ma cinematograficamente accattivante quando il saggio storico di un promettente studente di quinta superiore.

Forse la cosa più interessante di questo prodotto è l’analisi lucida dei poteri forti e intoccabili, che hanno sulle spalle un gravoso peso, che decidono per loro stessi, dalle poltrone alla trincea in un battito di fax, che devono farlo perché il momento lo richiede. Discorso accennato in molte scene ma che forse si perde nella smielaggine di certe linee narrative puntate al dipingere i protagonisti come patrioti intoccabili.

Darkest Hour di Joe Wright è un film dignitoso ma indigeribile, che soffre di molti cliché narrativi e che non trova mai una sua identità. Perfettamente confezionato nella sua effimera struttura ne esce stanco e simile ad altri suoi fratelli che non vanno oltre la didattica scolastica. Quindi un film necessario ma non più di un buon sussidiario delle elementari.

Darkest Hour è il film ben confezionato per vincere qualche premio in patria, è un film da vecchi acculturati che si devono sentire impegnati il mercoledì sera, da coppietta che tanto per cambiare facciamo i radical chic e vantiamoci con gli amici.

E’ un film che ti fa esitare nell’ammettere di aver visto un film inutile e asettico, ma che alla fine, conscio di te stesso, lo fai.

Sono troppo poco vecchio per queste stronzate.

Interessante, per puro allenamento mentale, fare una personale trilogia concettuale del periodo.

The King’s Speech (2010)

Dunkirk (2016)

Darkest Hour (2017)

Addio!


4 risposte a "Darkest Hour"

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