No Country for Old Men: recensione del film

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Ricordo ancora quando per la prima volta vidi No Country for Old Men (Non è un paese per vecchi): con amici, da DVD, otto o nove anni fa. Ricordo che mi piacque, ma niente di più. L’ho appena rivisto e non capisco come mai non mi avesse impressionato tanto la prima volta… è un film strepitoso. Sembra una cosa ovvia da dire, visti i fratelli Coen alla regia (e alla sceneggiatura, tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy), l’eccezionale cast di attori (Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin e Woody Harrelson), il successo al botteghino (più di 170 milioni di dollari incassati in tutto il mondo a fronte dei 25 spesi per la realizzazione), e i vari Oscar vinti (miglior film, miglior attore non protagonista, miglior regia e miglior sceneggiatura), ma ho pensato di scriverci due righe sopra. Mi ha proprio colpito.

No Country for Old Men è un film del 2007 dei fratelli Coen, che già erano famosissimi e conosciutissimi per la loro bravura e per uno stile ormai assolutamente riconoscibile che riesce a mescolare la commedia con il dramma passando per il thriller (Barton Fink, 1991, Fargo, 1996, The Big Lebowski, Il grande Lebowski, 1998). Con questo film non si spostano da questa mescolanza di generi, anche se il tono è certamente più serio e la comicità stenta a venire fuori (comunque in qualche occasione ce la fa, per esempio nel rapporto tra Brolin e la sua giovane moglie interpretata da una Kelly MacDonald che trasforma il suo forte accento scozzese in un perfetto accento texano senza alcuno sforzo). La cosa era anche prevedibile, visto che la storia viene da quella mente geniale di Cormac McCarthy che di certo non è conosciuto per le sue doti comiche (tutt’altro… recuperate Child of God, del 1973, o The Road, del 2006, e ve ne renderete conto).

Nel film seguiamo tre personaggi principali: lo sceriffo interpretato da Tommy Lee Jones, scelta perfetta date le sue origini texane, un assassino psicopatico interpretato da Javier Bardem che riesce a terrorizzarci in ogni scena in cui appare (tra l’altro uccide o prova ad uccidere anche tutti quelli che incontra, cosa che non aiuta a farcelo stare simpatico), e un Josh Brolin che riesce a interpretare in maniera convincente un testardo operaio e cacciatore reduce del Vietnam (il film si svolge nel 1980) che si trova improvvisamente con un sacco di soldi tra le mani e prova a cambiare la sua vita in meglio. E come tutte le volte in cui qualcuno apparentemente innocente/puro si ritrova con un sacco di soldi che non gli appartengono, le cose non andranno proprio per il verso giusto (vedi Fargo, degli stessi Coen, o A Simple Plan, Soldi sporchi, di Sam Raimi, 1998, o addirittura Psycho, 1960). Nonostante ognuno di questi personaggi segua l’altro, non si incontreranno mai, cosa che mi ricorda The Fifth Element (Il quinto elemento, 1997) di Besson, dove Gary Oldman non incontra mai il suo antagonista Bruce Willis. In compenso, vari altri malviventi incontreranno loro, ma non voglio spoilerare del tutto la storia. Voglio solo scrivere brevemente perché questo film merita la visione (e la seconda visione, e la terza, e così via).

La regia. Il film ha un ritmo incredibile e due ore di film scorrono via come se fossero quindici minuti. Tutto è girato in maniera spettacolare, dalla perfetta composizione delle scene ai movimenti di macchina che accompagnano sempre in maniera adeguata il tono del film.

Gli attori. Sono tutti in palla, i ruoli sembrano essere ritagliati per stare perfettamente su tutti gli attori del film. Interessante invece che i Coen non avessero in mente nessuno di quelli che poi avrebbero scelto per le varie parti mentre scrivevano il copione.

I dialoghi. Nel film c’è pochissima musica e i dialoghi svolgono quindi un ruolo predominante. Nemmeno uno di questi è sprecato o sembra fuori luogo. Ogni personaggio parla in maniera differente: dalla calma innaturale di Bardem (che maschera sapientemente il suo accento spagnolo), alla schiettezza di Brolin, fino alle elucubrazioni di Jones, tutti i personaggi ne escono credibili e sfaccettati.

Il messaggio. Sin dal primo monologo fuori campo di Jones si capisce il tono del film. La sua nostalgia per i tempi che furono in cui gli sceriffi potevano andare in giro non armati ci fa capire che il film parla del passaggio del tempo, di posti che cambiano, di persone che diventano vecchie e si trovano improvvisamente fuori luogo – no country for old men, appunto. Nel libro la cosa è esplorata ancora di più grazie al background del personaggio dello sceriffo e ai suoi rimorsi legati a ciò che gli accadde nella seconda guerra mondiale. E anche se l’ambientazione è il Texas, è facile vedere come la figura di Bardem rappresenti il cambiamento insensato e folle che stiamo vivendo un po’ dappertutto e quella di Jones rappresenti quelle parti di società che faticano ad adattarsi alle nuove regole. Sicuramente non sono il primo a pensare a un parallelo tra l’assassino interpretato da Bardem e il Joker di Heath Ledger in The Dark Knight, Il cavaliere oscuro, di Christopher Nolan (2008), altro personaggio folle che rende inadeguati coloro che erano abituati a certe regole e non sanno come rispondere a quelle nuove introdotte improvvisamente e senza un apparente motivo. Bello anche il modo in cui i Coen fanno cominciare e terminare il film: il monologo interiore di Jones che ci introduce al film è idealmente concluso dal monologo fatto di fronte alla moglie con i suoi due sogni con il padre protagonista. Il primo, in particolare, sottolinea come l’unico in tutto il film a cui non fregava niente dei soldi è anche l’unico a non morire (è vero, nemmeno Bardem non muore, ma se ne va abbastanza malconcio). Potrà sembrare banale, ma io lo trovo un messaggio forte e ogni volta che lo rivedo in un film non posso fare a meno di pensarci.

La fotografia. Il Texas ha la stessa importanza di un personaggio in questo film, i colori sono sempre bellissimi e sempre adeguati alla situazione. Ogni immagine è degna di ammirazione, che sia col solleone nel deserto o di notte in città, in interni squallidi di motel o in palazzi ultramoderni (pare che i signori della droga da lì dirigano i propri loschi traffici).

La ricostruzione del 1980. Qui non ci si rifa semplicemente a dei bimbi in bicicletta (che comunque non mancano, verso la fine!) e poster di John Carpenter’s The Thing (La cosa, 1982) in cantina alla Stranger Things. Il 1980 è ricostruito fin nel minimo dettaglio, dai vestiti alle macchine fino agli elettrodomestici, e nemmeno per un secondo ci viene il dubbio sul periodo dell’ambientazione.

Le scene d’azione. Il film comincia con una scena d’azione (così come il libro): Javier Bardem che strangola con le manette il vice sceriffo che l’ha portato al commissariato. Impressionante. La scena è realistica, non risparmia sul sangue, i due attori sono convincenti, e il risultato è lasciare di stucco lo spettatore. Benvenuti a No Country for Old Men. Il resto del film non scende di tono nemmeno un po’.

La scena di Bardem che lancia la moneta con il vecchio benzinaio. Insieme alla scena tra Waltz e Ménochet in Inglorious Basterds (2009), è uno dei due dialoghi più inquietanti e ben girati del cinema recente.

Mmh… ho scritto ben più di due righe… spero di non avervi annoiato troppo! Ciao!


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