The Lobster

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Pensavate che scrivessi una pappardella sugli Oscar, eh? E invece no.

Era tanto che non scrivevo qualcosa. L’idea del blog è proprio quella: scrivo quando cazzo mi pare se ho da dire qualcosa o se voglio divertirmi e provare a divertire! In realtà avrei voluto scrivere qualcosa anche nei giorni addietro però per questo periodo ho una scusante: è iniziata infatti l’operazione ‘Boicottiamo i cinema in città Tango Delta‘. In che cosa consiste questa complessa azione di guerriglia urbana? Semplice: dovete sapere che nella mia ridente cittadina non accendono i riscaldamenti nei cinema e il cinema più vicino decente e riscaldato è circa ad un ora di auto.

Ora: se non sono solo parto e vado, m’importanasega. Da solo però mi par di esse un bimbo autistico, più di quanto già non lo sia, e se ci mettiamo il fatto che non mi piace guidare e che il pensiero di fare due ore di auto in solitaria mi deprime… beh… avete capito.

L’unica alternativa è andare ai cinema della mia città, ma questo anno ho detto basta! Sono venticinque anni che vado al cinema in questo posto, e vista la qualità delle proiezioni, il costo del biglietto e adesso questa ingiustificabile necessità di tenere i riscaldamenti spenti in pieno inverno mi trovo costretto a smettere. Ah certo, in questo luogo e in questo periodo i commercianti e le attività cittadine non se la passano bene, e sicuramente al cinema non ci sono folle oceaniche di clienti. Per questo ho scritto ‘necessità‘: è chiaro che tendono al risparmio e tagliano su alcune cose.

E’ anche vero che da cliente pagante non voglio ritrovarmi a vedere i film con Matt Damon appena uscito dal sonno criogenico che mi assicura che sotto la calotta di ghiaccio c’è vita, e nemmeno con Danny Glover e Gary Busey che tentano di intrappolare il Predator in un frigorifero industriale atto a contenere manzi.

Quindi fumogeni e veste militare. Entro in modalità azione di disturbo. Accendete i riscaldamenti dannazione! Un amico mi ha detto che ha visto Hacksaw Ridge di Mel Gibson in cappotto, sciarpa e guanti. Allora prendo il tablet e vado in mezzo a un campo a vedè i film.

Quindi mi sono salato tutti i film degli Oscar, per dire, escluso questo ovviamente. Sì, lo so che non lo ha notato nessuno, ma era uno dei possibili candidati per la categoria ‘Miglior sceneggiatura originale‘.


Comunque: l’attività casalinga di esplorazione cinematografica procede senza intoppi, quella chi la frena! E saltando da un film all’altro mi sono ricordato che: ‘Cazzo, dovevo vedere The Lobster!’

Diamo subito per scontate due cose: la prima è che mi è piaciuto molto, anche se ne parleremo verso la fine dell’articolo. La seconda è che recensire questo film a più di un anno dalla sua uscita non ha molto senso e non mi fa voglia.

Quindi, che ci stiamo a fare qui? Potete già andare fuori a portare il cane? O a fare la spesa?

No! Ancora no. Aspettate un attimo, vi spiego.

Ho trovato il film molto interessante dal punto di vista narrativo e per il messaggio che veicola, che però mi è ancora leggermente oscuro. Vediamo di parlarne assieme. Facciamo chiarezza. Proviamoci quantomeno.


The Lobster

Cosa è l’amore?

E’… boh… chimica? Paura di rimanere soli? Caso? Caos? Aforismi dementi da Baci Perugina o Facebook di una bimba quindicenne? Come nasce, come si evolve e come lo tratta la nostra società?

Se doveste spiegare cosa è l’amore, cosa rispondereste? Io non ne ho idea.

Secondo me queste cose se le è chieste anche Yorgos Lanthimos, regista del soggetto in analisi in questo scritto, appunto The Lobster, e nel 2015 ha pensato: ‘Va bene, è il momento, analizziamo l’amore sociale e l’amore animale’

Nasce The Lobster.

Il film seziona le parti che compongono l’atto di corteggiamento e poi il rapporto interpersonale con un partner e ne estrapola l’essenza senza mezzi termini.

Abbiamo quindi il sesso o attrazione fisica, la ricerca di un’affinità con il partner, lo specchio sociale che inquadra le coppie e il single, con tutti i comportamenti tipici di queste realtà, il corteggiamento e l’accettazione del rapporto sul lungo periodo.

Possiamo dire cosa vogliamo sull’amore e sulla sua insondabilità ma questi elementi sono imprescindibili e tangibili. Li vediamo e li percepiamo ogni giorno.

In questo sezionare le cose The Lobster è meticoloso e intransigente, e non tollera assolutamente le mezze misure: puoi scegliere se essere gay o eterosessuale ma non bisessuale, la società è composta da chi si ama (o dice di amarsi) e forma una coppia e da chi nemmeno tollera la presenza di certi rapporti. Se fallisci nel trovare la tua anima gemella vieni tramutato in un animale (perché? ci arriviamo dopo). La foresta, la città e l’albergo sono luoghi che coesistono nella solita ambientazione ma sono concettualmente distanti tra di loro.

Tutto è sezionato, è tutto inquadrato e catalogato.

E’ come la società che negli anni ha standardizzato il modo di porsi verso questi elementi, li ha sezionati per noi e adesso vanno digeriti a piccoli bocconi. All’inizio pensavo che volesse buttarla sulla difficoltà della nostra società attuale nel computare certe realtà diverse da quelle che sono accettate dalla stragrande maggioranza del popolo, come i gay appunto o… mmh… non lo so… la bigamia. Dico una cazzata. Invece no, la società utopistica di The Lobster è più complessa di questo, infatti al buon Colin Farrell viene esplicitamente chiesto se vuole dichiarare di essere gay o etero, non può scegliere bisessuale ma per il resto non c’è problema.

Quindi si sono superate certe barriere ma se ne sono create altre, o meglio, si sono esasperate certe barriere che in realtà ci sono sempre state. Capito? Non si parla di diversità, si parla di indecisione sociale.

Se sei diverso sei computato, se sei indeciso no. Se non ti inquadri in una scatola sociale non vieni digerito dal sistema, e in The Lobster per arrivare a questo si passa dalla cosa che lega tutti gli uomini e tutte le società, anche quelle animali, il rapporto interpersonale. Mi è impossibile adesso chiamarlo amore. Dopo questa vivisezione sarebbe ipocrita chiamarlo con tale nome. Perché si  parla di inscatolamento sociale attraverso l’amore. In effetti il gay viene computato dalla nostra società: o viene ostracizzato o viene isolato, o lo menano per la strada, però viene digerito in un certo senso. Male, ma viene calcolato. Ma una vita senza amore… ah! No. Ho sbagliato termine, ho appena detto che non posso chiamarlo così. Riformulo: una vita da solo ti mette ai margini della nostra struttura sociale. Magari questo era più evidente molti anni fa, magari adesso la cosa è più tollerata e subisce meno pressioni esterne, al film però non importa. Al film non piace questo vivisezionamento socialsentimentale.

Perché tutti bramano una famiglia perfetta, felice, l’amore di una vita, i figli brillanti, ma spesso chi ottiene questo risultato finisce per buttarlo via. Possiamo quindi parlare di amore in questi casi? C’era e adesso non c’è più? Come può la cosa che da sempre viene spacciata come il sentimento più forte che guida gli uomini essere così fragile e volubile? Come può essere percepita in modo così frivolo?

E in The Lobster è di cristallo, è una sottile lastra di ghiaccio in primavera, è la neve sopra l’abete a marzo.

Tutti cercano la loro scatolina, e tutti accettano i rituali cabalistici che portano al compimento di questa commedia delle parti, come ipnotizzati. Non è un caso infatti che tutti i personaggi siano freddi e distaccati, pallidi zombi che si muovono all’unisono dietro il suono del metronomo sociale. Non è un caso che tu venga punito se non trovi un partner, non è un caso che chi decide di abbandonare questi forzati stilemi ne sia spaventato e li vieti aspramente.

Avete presente come la massa media computa il rapporto? Corteggiamento, fidanzamento, matrimonio e figli. Nel ripetersi del tempo, queste stesse funzioni sono propedeutiche tra di loro, si susseguono per inglobarti ed inserirti come parte ben oliata in una massa informe monocromatica e indistinguibile. Ah, non fraintendetemi: conosco moltissima gente che ha scelto questa strada e che so essere felice ed innamorata, non sto dicendo che in questa situazione l’amore non possa esistere. Nemmeno The Lobster ce lo dice apertamente, infatti i genitori di Lea Seydoux sembrano una coppia affiatata legata dalla passione per la musica, e la storia tra Ben WhishawJessica Barden sembra andare piuttosto bene, anche se lui le ha mentito a proposito del naso sanguinante (cosa che in realtà viene trattata più come un compromesso, essenziale nella coppia, che come una menzogna). Sto dicendo, e ce lo sta dicendo anche il film, che forse tentare di inscatolare e delineare una cosa del genere non è possibile. E mai lo sarà.

Ci parla di come sogniamo il giorno più unico e bello della nostra vita, il giorno del matrimonio, e poi questo è uguale a mille altri giorni più belli e unici della vita di altre bellissime e uniche coppie. Ci parla di come la vita si riduca ad una ricerca morbosa di qualcosa di perfetto e di come la società ti faccia percepire in questo un senso di urgenza: Sbrigati a trovare la perfetta felicità, o scade il tempo.

Se non trovi un partner ti trasformo in un animale. Hai quarantacinque giorni.

Ma a quarant’anni sei ancora single?

Ma quella ha trentotto anni ed è ancora zittella?

Quella donna non ha mai trovato nessuno e adesso è sola.

Se non ti sbrighi poi diventi brutto e vecchio e non ti vuole nessuno.

Se non trovi qualcuno poi rimani sola, cosa diranno i vicini?

Se non trovi un partner ti trasformo in un animale. Appunto.

Quante volte vi è capitato di pensare queste cose? O di sentire qualcuno dirle, o peggio di averle dette a qualcuno? Di sentire fratelli indaffarati nel trovare mariti alle proprie sorelle, madri preoccupate per il figlio senza la fidanzata, le odiose e immancabili domande parentali sulla propria situazione sentimentale, gli incontri combinati! Male del nostro secolo. Perché è intrinseco di alcune generazioni, e viene passato ad altre tramite la struttura sociale.

I media e la pubblicità vi fanno sentire in colpa se non scopate come ricci, se non avete il cazzo di ventitré centimetri, se non avete qualcuno, se non avete un fisico della madonna, se avete la prima di seno. Gli amici poi si sposano e voi rimanete indietro. E vi sentite in colpa. E vi portano all’hotel, non meglio specificato stabile immerso nel verde dove avrete un timer per redimervi dalla vostra scelta, o essere puniti. Molti finiscono infatti per ritrovarsi con gente che non stimano, che non amano, con gente presa per delle presunte affinità frivole, scelta allo scadere del tempo. Il naso che sanguina, il carattere, una passione. Non conoscete nessuno che magari non ha mai dato cenno di bramare il matrimonio ma che un giorno, PEM, sposato. O gli amici che da un mese all’altro si ritrovano con famiglia e moglie.

Questa visione del film è fredda e tremenda, e in parte da me condivisa. Ripeto: non dico che non possa nascere un affetto anche da queste condizioni, ma al film non piace questa banalizzazione del sentimento e infatti picchia duro, non ci lascia speranze, nemmeno alla fine.

La scena finale è inequivocabile: Rachel Weisz aspetta Colin Farrell, suo grande amore, ma noi non lo vedremo mai arrivare. Lei sorride al nulla. E il film stacca. Freddo e devastante.

Interessante perché la loro coppia nel corso del lungometraggio è genuina, si vedono si piacciono e si trombano, lui è geloso degli altri uomini e lei è felice di questo comportamento ingenuo ma non artefatto, forse uno dei pochi comportamenti non finti in tutto il film. Ma nel loro rapporto, quando lei perde la vista a causa della punizione inflitta da Lea Seydoux, leader del gruppo di ribelli che aborrano questo inscatolamento sociale e di conseguenza ogni tipologia di rapporto amoroso, in quel momento qualcosa va storto. La scena di Colin che subissa di domande Rachel non è solo un siparietto che ho trovato molto simpatico, è un ritorno alla mentalità che inconsciamente ti è stata inculcata dal sistema. Lui cerca un punto di collegamento per il loro amore ma lei non parla tedesco, non apprezza un certo tipo di musica, non condivide determinate cose. Questo non importerebbe, ecco dove si vuole arrivare secondo me, non dovrebbe importare ma invece per Colin è importante, a tal punto che nel disperato tentativo di trovare qualcosa in comune questi tenta di accecarsi, anche se con riluttanza. Non vedremo mai come finirà questo tentativo folle di trovare per forza un punto in comune con Rachel, vedremo lei aspettarlo, sola, nessuno arriva.

A questo punto il film ci offre un finale aperto per me non positivo, il fatto che non arrivi nessuno e che lui sia titubante mi ha fatto pensare che Love Is Blind fino ad un certo punto. Verso la prima metà del film Ben Whishaw dice a Colin, riferendosi al fatto di aver mentito sulle perdite di sangue dal naso (cosa che lo accomuna alla sua partner): ‘cosa è più doloroso? Qualche perdita dal naso di tanto in tanto o essere trasformato in un animale?’ La perdita dal naso, risponde Colin.

Il simbolo del compromesso nella coppia è palese. Per il film però il vero amore non ammette il compromesso, è un’entità irraggiungibile se lo stato delle cose rimane come mostrato. E c’è chi il compromesso non lo accetta, vedi la cameriera dell’albergo. O ci mostra il compromesso distruggersi perché non ammesso, vedi la direttrice e il direttore dell’hotel che estratti forzatamente dalla loro presunta e artefatta felicità crollano. 

Quindi al film non piace il compromesso, non lo vuole e non lo vede di buon occhio. Se è vero amore non ammette compromesso, ma il compromesso è una parte essenziale dell’amore di coppia. Il film stacca.

E te stai li con le palle in mano (metaforicamente parlando).

Allora è un film d’amore, allora posso parlare d’amore! E io che pensavo di no. Sì, posso farlo. The Lobster è un film “d’amore”, ma non accetta quello in scatola, quello che la società ha predigerito per noi. Cerca quello vero. Inesistente.

Ovvio che le scene finali si potrebbero anche leggere al contrario, appunto Love Is Blind. Il simbolo della loro cecità, inflitta per amore, come unico spiraglio di sincerità del film.

Voi che ne pensate?


Un altro aspetto che ho trovato molto interessante so ‘sti cazzo d’animali. Mi domandavo perché proprio ‘sti cavolo d’animali? Poteva succedere di tutto allo scadere del tempo. Potevano venire uccisi, o essere esiliati o riabilitati.

Secondo me la spiegazione di questa singolare punizione sta nella frase che dice la direttrice dell’albergo al nostro amato protagonista Colin Farell: ‘L’aragosta è una scelta molto intelligente, spesso tutti pensano al cane, ecco perché ci sono così tanti cani rispetto agli altri animali’

Il cane. Il cane è animale domestico, quindi ci sono più animali domestici rispetto agli altri. Ovviamente non si riferisce al nostro mondo dove sappiamo che gli insetti in quanto a superiorità numerica sono varie spanne avanti a tutti gli altri, si riferisce al suo mondo. Nel suo mondo ci sono un mare di cani, di animali domestici. Non scordiamo però che il loro mondo è un distorto riflesso della coppia socialmente forzata del nostro mondo, e (adesso sembrerò un cinico individuo senza cuore) quando sei sentimentalmente solo, non hai un figlio da fotografare come un disperato per poi spammare le foto su Facebook, non puoi parlare di ciucci e pannolini… chi ti corre in soccorso? Il cazzo di animale domestico.

Fermi tutti, mi piacciono gli animali, e sono convinto che quando ne hai uno devi dargli tutto il rispetto possibile, ma qui non si parla di questo. Al film queste cose sdolcinate e melense non piacciono, qui si parla della coppia artefatta e socialmente accettata, che ricerca la perfezione nella sua artefatta essenza. Il figlio perfetto, splendida a tal proposito la figlia data d’ufficio a Ben Whishaw e futura consorte, la gita in barca, la casa in città, l’animale domestico.

Il film odia questa traslazione di sentimenti negli animali, odia il fatto che tu sostituisca ad un figlio un cane, o all’amore un gatto, non ce lo dice ma secondo me odia anche i telefoni pieni di foto di gatti e cani. Infatti all’inizio del film una donna disperata spara in testa ad un mulo, presumibilmente un affetto adesso trasformato in animale, e (il film) ammazza il povero cane di Colin, azione che susciterà nel personaggio vere emozioni, paragonabili a quelle che poi lui proverà per Rachel finendo per mettere Rachel e il cane sul solito piano e finendo per dirci che Colin aveva sostituito il cane ad un altro affetto, la moglie morta.

Che, ripeto, va benissimo, è normale avere sentimenti per gli animali, ma al film cazzo ‘sta cosa non va giù. La coppia nel suo stato costruito predigerito dalla società, in tutti i suoi piccoli particolari, al film non va giù.

Certo questa cosa degli animali potrebbe anche essere letta sotto un altro punto, quello dell’istinto. Il film ci dice che alla fine siamo pur sempre animali? Perché in molte scene si parla del sesso come di una cosa brutale, come di una cosa istintiva e animalesca. Rachel dice che uno dei simboli tramite cui comunica con Colin è, e cito: ‘let’s fuck‘. La disperata zittellona interpretata da Ashley Jensen dice a Colin di non preoccuparsi perché se la vuole scopare nel culo lei non ha problemi, si offre anche al volo per una bella e animalesca scopata. E’ ricorrente questa cosa delle scopate nel culo o d’istinto, cosa in contrasto con il modo di fare pacato ed educato che i personaggi mostrano in ogni relazione interpersonale.

Forse il tornare animale è in realtà un essere sempre animale, vestito da uomo ma animale sei, e forse l’amore è prima istinto e passione e poi perfezione sociale. Cosa che rende molto difficile un raggiungimento della perfezione sentimentale, che si lega al discorso della ricerca (fallimentare sul nascere) della coppia perfetta.

Che ne dite?


The Lobster dove vuole arrivare? Con le sue simboliche cacce di chi ha ancora speranza di entrare nella società come coppia perfetta ai danni di chi invece cinicamente schifa quel sistema, con la sua irriverente schiera di personaggi cinici e menzogneri, con il suo schematico parallelismo del single disincantato che ama vedere distrutto chi invece si crede innamorato e realizzato, con i suoi siparietti sulla coppia riflesso dei media. Dove vuole arrivare?

Secondo me vuole arrivare ad una ricerca di qualcosa a cui tutti anelano ma che non esiste nella sua forma perfetta; bacchetta lo schematico preconfezionamento di certi rituali sociali e di certe forme di felicità confezionate in massa come in una produzione industriale; ci dice che cercare disperatamente e forzatamente una cosa del genere è inutile perché finiremo dove non vogliamo; ci dice che dobbiamo dare tempo al tempo e che non ci sono scadenze e non ci sono orologi ticchettanti che ci inseguono. C’è la percezione di tutto questo, ma la percezione non è realtà; e se anche questa cosa, ipoteticamente perfetta, viene inghiottita ed estremizzata dalla società, se tutti ci rendiamo identici difronte alla felicità, se entriamo in un esercito di cloni che a confronto quello di Star Wars è una scolaresca in gita a Disneyland, se l’inscatolamento sociale vince, allora dell’uomo rimarrà poco.

Fine.


No cioè, aspetta. Le classiche considerazioni finali, poi non posso chiudere con un tono così serio, mi farei schifo da solo.

Mi è piaciuto The Lobster? Sì, tanto, lo trovo molto divertente, molto profondo, con un bel messaggio. Adoro la sua regia lentissima in contrasto invece con il senso di urgenza del film, e i suoi attori automi intrappolati tra quello che desiderano e quello che li è stato inculcato.

Mi è piaciuto un sacco!

Voi lo avete visto? Siete d’accordo con me? Che ne pensate?

Ci tengo a dire che tutta sta pappardella è frutto di elucubrazioni notturne personali e che quindi potrebbe essere, come sempre dico, tutta una enorme vaccata.

Non ve la prendete se non ci ho capito un cazzo!

Addio! Ci si sente sicuro per Logan e altre vaccate commerciali! (come non vedo l’ora di stroncare il nuovo Alien di Scott!)   


5 risposte a "The Lobster"

  1. ecco quanto detto da me in proposito alla sua uscita!:
    “The Lobster”
    PARTE VISIVA:
    È un film di fattura classica, solida e quasi “rigorosa”: non si inquadra mai qualcosa se non è strettamete necessario. Un rigore molto “da festival” e molto “d’essai”…
    Il risultato è di una freddezza estrema, asettica e quasi crudele e quindi si sposa perfettamente alla trama. La fotografia è glaciale e rende alla grande la crudezza del soggetto e il senso tragico dell’atmosfera…

    PARTE TEMATICA:
    È, insieme, una distopia (Orwell, Huxley, Bradbury) e una commedia di teatro dell’assurdo (Ionesco, Beckett, o il Wilde della “Florentine Tragedy” e della “Salomé”), con, in più, tanta “barbarie” molto “pulp”, e molta violenza, molto “decadentista” o da “estetismo” alla Huysmans o, di nuovo, alla Wilde…
    Perciò spiazza e disturba, fa sorridere e contemporaneamente stare male, ti crea disagio perché le azioni che vi si rappresentano sono così prive di senso da indurre un malessere della logica e del raziocinio…

    La parte della distopia è una critica seria ai fondamentalismi: si vedono due società tra loro fortemente belligeranti, e noi le conosciamo parzialmente entrambe (senza vederci chiaro nei contorni, poiché la sceneggiatura non ci dice granché sulla nascita di queste società né sul mondo né sul modo dove e come si sono sviluppate), e vediamo che entrambe hanno sistemi legislativi che, per noi, oggettivamente, sono ASSURDI… ma i personaggi li vivono come se fossero principi inviolabili e non criticabili… ne nasce una vera TRAGEDIA DELL’ASSURDO: che fa ridere, poiché le assurdità ispirano di primo acchito l’umorismo, ma che fa stare male perché noi stessi ci riconosciamo parte di società simili, anch’esse assurde, noi stessi prigionieri di leggi idiote e noi stessi coinvolti in guerre contro altre società aventi le stesse leggi idiote…
    In questo senso la distopia funziona alla grande, perché ci fa riflettere sull’inconsistenza delle nostre guerre e sulla inconsistenza delle leggi…

    La parte di commedia dell’assurdo parte da un concetto semplice: che per innamorarsi si debba essere IDENTICI… un concetto anch’esso ASSURDO, come le leggi delle società rappresentate nel film, ma anch’esso preso come imprescindibile dai personaggi, che non si innamorano se non di persone a loro esattamente uguali: il miope con il miope, lo zoppo con lo zoppo ecc. Il protagonista non viene accettato dalla ragazza con i bei capelli, perché lui ha capelli brutti; e non ricambia l’evidente interesse che per lui ha la camerierina, poiché lei non è miope come lui…
    L’assurdità si fa doppia quando, per raggiungere l’identità necessaria all’innamoramento, si FINGE: si finge di perdere sangue dal naso per stare insieme alla ragazza affetta da sanguinamento nasale, si finge di essere senza cuore per piacere alla donna senza cuore…
    e, alla fine, si deve farsi ciechi per piacere alla donna resa cieca…
    Da questa storia viene fuori una disperata critica al nostro modo di innamorarci e si riflette sul fatto che, finché i rapporti interpersonali saranno afflitti da scemenze varie, allora non potrà esserci una società libera da assurdità, e non potrà esserci una socità libera dalla violenza, poiché la fissa di essere identici per innamorarsi genera le società belligeranti nel film e le società belligeranti creano prevaricazione e tanta tanta tanta violenza, che pervade ogni aspetto del vivere…

    RISULTATO:
    Le assurdità presentate nel film fanno veramente pensare a Wilde, a Ionesco, a Beckett e a Huysmans: lì lì ti fanno ridere, ma poi quelle assurdità portano all’omicidio furente e quasi splatter…
    ma al contrario di Wilde, Beckett e Huysmans, che spesso hanno uno stile barocco, ricercato, lussuoso, il linguaggio cinematografico di “The Lobster” è asciutto, asettico e giornalistico e inquadra le facezie esattamente come gli omicidi, e crea estraneamento e disagio: uno sguardo acritico che spiazza e lascia perplessi…
    per cui: sgradevole, ma pieno di spunti di riflessione; di non facile visione, ma latore di intelligente critica alle forme di società odierne…

    difficile: non so se lo riguarderei, ma sono contento di averlo visto…


    nota finale:
    estremamente bello il mix musicale fatto di novecenteschi quartetti d’archi, magnifico!

    Piace a 2 people

  2. A me The lobster piacque quando lo vidi al cinema, ma mi parve che la prima parte fosse molto più brillante della seconda. Secondo me il film dice tutto quello che deve dire nella parte dell’hotel, e poi diventa un po’ più “convenzionale” nella parte della relazione da tenere nascosta e fondamentalmente si ripete un po’ mostrandoci la società opposta a quella, appunto, presentata nell’hotel.

    Condivido sia l’osservazione di Ale sulla bravura degli attori, che sono riusciti a farmi immedesimare in un mondo cosùi strano, sia l’osservazione finale di Nikke: anche io non sono sicuro di volerlo rivedere, anche se sono contento di averlo visto a suo tempo!

    Piace a 3 people

  3. Concordo che il messaggio si veicola già benissimo nella prima parte e forse la seconda è leggermente ridondante, anche se il finale sospeso offre una bella riflessione.

    Personalmente l’ho trovato un film molto divertente, oltre che intrigante come contenuti, quindi lo rivedrei a breve. L’abitare surreale dei personaggi e delle situazioni mi ha divertito molto.

    Concordo molto con Nicola in: ” alla fine, si deve farsi ciechi per piacere alla donna resa cieca…
    Da questa storia viene fuori una disperata critica al nostro modo di innamorarci e si riflette sul fatto che, finché i rapporti interpersonali saranno afflitti da scemenze varie, allora non potrà esserci una società libera da assurdità, e non potrà esserci una socità libera dalla violenza, poiché la fissa di essere identici per innamorarsi genera le società belligeranti nel film e le società belligeranti creano prevaricazione e tanta tanta tanta violenza, che pervade ogni aspetto del vivere…”

    Che poi ha fatto un sunto della mia pappardella chilometrica, anche se ripeto, essendo la loro relazione l’unica con parvenze di sincerità potrebbe essere letta in modo differente come ho già detto, comunque è chiaro il messaggio che suggerisce il film.

    Piace a 3 people

  4. Un’analisi molto acuta, complimenti. Altro che elucubrazioni notturne!
    Sulla storia del “perché gli animali?” pensavo ti fossi risposto già in apertura, ma evidentemente la risposta non ti convinceva😉: perché l’animale è la metafora del diverso in una società che accetta solo chi è accoppiato, anche se omosessuale (e in ciò la visione del film si discosta dalla nostra realtà, che considera diverso anche quest’ultimo)…
    Film eccezionale già solo per le possibilità che dà allo spettatore di ricamarci grosse riflessioni, come queste tue che sono, direi, quasi integralmente ineccepibili, almeno per quanto mi riguarda!

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