Jason Bourne

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Mentre aspetto che Amazon mi consegni questo tanto famigerato lettore blu-ray per riuscire a mandare avanti come vorrei la mia rubrica Two Frame Film, e per riuscire a farmi definitivamente del male sparandomi la versione estesa di Batman V Superman (che non è Versus, non vi sbagliate. Altrimenti sarebbe stato VS. E’ Batman V Superman. , che sta per Batman Vede Superman. Oppure Batman Vaglia Superman. Batman Veste Superman. Versus faceva schifo scusa, era infantile. Invece V no. Non lo è.) proseguo con le sporadiche capatine al cinema cittadino, che ricorda un avamposto alieno di frontiera più che una sala cinematografica. E in questo periodo in cui mi fa voglia di vedere un sacco di film action e thriller, che sono alla fine i generi che preferisco, colgo l’occasione per andare a vedere cosa ha fatto Greengrass con il nuovo quinto film della saga di Jason Bourne, impersonato ancora una volta da Matt Damon.

Paul Greengrass torna per la terza volta a dirigere il soggetto che nacque nell’ormai lontano 2002 con il primo film della saga, The Bourne Identity diretto da Doug Liman che sicuramente ricorderete per Mr. & Mrs. Smith o Edge of Tomorrow. E per la terza volta non ci fa rimpiangere questa sua scelta di approcciarsi a qualcosa di più leggero dal classico stampo Greengrassiano che ci porta spesso in schermo un romanzato realismo carico di drammatiche emozioni, con prodotti ottimi come Bloody Sunday o United 93, ma che talvolta scadono nell’esasperazione come Captain Phllips o The Green Zone. Comunque è un regista capace che lascia il segno in ogni suo lungometraggio e che non ci dà mai la sensazione di guardare un nuovo filmetto in mano ad un qualunque shooter.

E infatti questo più che godibile Jason Bourne si distacca dalle linee anonime del precedente titolo The Bourne Ultimatum diretto da Tony Gilroy, senza Matt Damon nel cast (quasi uno spin-off della serie in pratica), e torna sui suoi precedenti passi da thriller action girato quasi interamente con la camera digitale a mano, tanto cara a Greengrass, dove Jason tenta di destreggiarsi in un nuovo mistero che si nasconde dietro la facciata pulita di governi e istituzioni.

Lo stampo adrenalinico del film, incentivato dalla solita regia movimentatissima di Greengrass e da un Bourne esasperato e al limite della sopportazione, mi ha riportato molto volentieri a 24, serie televisiva composta da nove stagioni che si sono susseguite dal 2001 fino al 2014 (ne è prevista una nuova ma nel cast non c’è Kiefer Sutherland, quindi per me non esiste). Bourne diventa un nuovo Jack Bauer, in questo film più che negli altri. Assistiamo ad innocenti usati come scudi umani, torture e pedate per far cantare il poveretto di turno, porte sfondate a calcioni… insomma, il minimo rispetto per cose e persone nel più classico stile Kiefersutherlandiano nel suo personaggio più iconico.

Un Bourne dunque meno vittima di quello che questa saga ci ha abituato a vedere e più padrone delle sue scelte, un Bourne votato alla vendetta e alla redenzione che in un più che azzeccato climax si concretizzerà però in frustrazione e perdizione. Anche in questo aspetto questo nuovo installment della saga vira brutalmente dai suoi predecessori e passando per 24 finisce in un trhiller cyberpunk fatto di haker alle prese con sistemi di comunicazione, nuovi linguaggi mediatici, piattaforme informatiche usate come controllo sul popolo, proteste sociali per le strade delle città, organizzazioni e corporazioni che tramano alle spalle dei governi. Bourne con questo titolo ci parla della società umana, schierandosi dalla parte di chi la subisce ma accettando la sua necessaria esistenza, quindi ponendo sin da subito un interessante interrogativo: sfuggire e combattere la società accettando però come questa ci ha inevitabilmente plasmato o accettare la dipendenza sociale a cui tutti siamo assoggettati e vivere in (relativa) pace?

Jason infatti è un emarginato (ci ricorda nuovamente Jack Bauer della nona stagione di 24) che usa per sopravvivere i poteri che le stesse istituzioni da lui odiate e combattute gli hanno conferito, non dovrebbe essere quindi grato di questo dono? O il suo odio per quello che ha (volontariamente e involontariamente) sacrificato è giustificabile? La società e le istituzioni quindi con la loro duplice faccia: danno ma pretendono, supportano ma corrompono, liberano e intrappolano. Interessante questo punto di vista di Greengrass che spinge sul patriottismo e sull’appartenenza sociale per dipingere un bisogno malato e paranoico di protezione, di senso di appartenenza, di identificazione razziale per trovare l’equilibrio necessario a sopravvivere. Equilibrio che Jason inevitabilmente spezzerà accettando se stesso ma non piegandosi.

Da 24 al cyberpunk ad una splendida scena di inseguimento per le strade di Atene che mi ha ricordato il buon Umberto Lenzi alla regia di Napoli Violenta, dove la camera è ancorata al manubrio della moto che sfreccia tra scalinate e vie strette, sta attaccata ai suoi protagonisti mettendo quasi sullo sfondo la rincorsa stradale, e Greengrass come sempre ci dimostra di saper usare in modo eccelso il digitale e la scelta della camera a mano che però in questo film talvolta è esasperata da un montaggio troppo frenetico e invasivo. C’è da dire però che la fotografia di Barry Ackroyd (che ha già lavorato con Greengrass e che ha colorato splendidamente The Hurt Locker della Bigelow) fa un lavoro eccellente e mette in risalto delle idee di regia che ho trovato tra le più mature usate da Paul: elementi in scena / non in scena che si palesano durante l’azione, messe a fuoco su tre piani di profondità che sinceramente vanno via di brutto a tutto l’insipido 3D che ammazza la profondità di campo, primi piani molto frequenti sulla sempre più bella Alicia Vikander… Insomma, visivamente ottimo anche se spesso molto caotico.

Bourne alla sua quinta prova signori. Diverte, sorprende tecnicamente, ci fa pensare quel che basta e alla fine mette su un thriller action piacevole ma che sta prendendo la piega della saga televisiva, e come in 24 che ormai è stato citato più volte, anche qui hai la sensazione che tutto vada a finire come ti aspetti. Sai già che l’ottimo villain interpretato da Vincent Cassel farà una finaccia e che Jason, anche se malconcio e dolorante ne uscirà salvo e pronto a girare un nuovo capitolo. Il sub-plot del sistema operativo informatico controllato dai governi non ci ricorda forse Captain America The Winter Soldier? O Spectre? Non ci riporta forse a questo rivisto che sta un po’ monopolizzando le idee e le trame degli ultimi prodotti action commerciali, che hanno paura di osare che vanno sul sicuro? Il cattivo di Cassel non ci riporta forse a Silva di Skyfall, con la sua motivazione di vendetta? A Krall di Star Trek Beyond? A Zemo di Civil War? Quindi Bourne è un nuovo super eroe, forse più cinico sicuramente più oscuro, ma potrebbe entrare a far parte della cerchia dei vari Iron Man e compagnia bella dove il film è un pretesto per divertire ma non per stupire, dove la trama è rarefatta e il climax si ripete in un infinito loop di cattivi perdenti e buoni vincenti.

Accettiamo questa cosa in film che hanno uno stampo fumettistico e che non hanno voglie realistiche, forse è più difficile accettarla in un contesto realistico dove la solita soluzione narrativa potrebbe risultare ridondante e quindi perdere la sua ragione di esistere banalizzando tutto quello che tocca, regalandoci sì un prodotto buono ma leggermente sbiadito rispetto alla sua originale copia.

Tiè.


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