The Hunger Games Saga

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Happy Hunger Games, and may the odds be ever in your favor.

Nel 2001 assistiamo a quello che poi diventerà uno degli adattamenti cinematografici commerciali più redditizi e interessanti del primo decennio di questo secolo.

Harry Potter.

Nessuno si sarebbe mai aspettato un’accoglienza così calorosa da parte del pubblico, e anche complice un riscontro più che positivo dei media e della critica il maghetto diventa uno degli eventi più attesti degli ultimi anni.

Come è sempre successo nel cinema, questa concatenazione di eventi positivi genera una voglia incontenibile di replicare il successo della saga che intanto si sta evolvendo lasciandosi alle spalle l’impronta da film per bambini e diventando piano piano un teen drama di stampo fantasy primi anni 2000.

Apriti cielo. La macchina cinematografica hollywoodiana, e non solo, genera ogni tipo di film tentando di ricreare quello che Potter (da leggersi con la voce di Snape) ci ha regalato in 10 lunghi anni passando per ben 8 film.

Tra la valanga di saghe teen drama che siamo costretti a pupparci spunta Twilight. Una merda indicibile, ma riscuote un discreto successo e quindi: come da Harry Potter nasce una ricerca mirata ad un target da un successo simile, ecco una altrettanto mirata ricerca ad un target stavolta differente… Hunger Games.

Non voglio fare paragoni (sempre cinematografici, non mi riferisco ai romanzi) ingloriosi, ma la ricerca di un soggetto che vede come protagonista un’eroina forte coinvolta in un triangolo sentimentale e in situazioni più grosse di lei ci porta facilmente ad associare i due prodotti, che anche se palesemente distanti come dialettica e narrazione, nascono da una ricerca di target e intenzioni simili.

Il che mi spinge a pensare alla classica accusa che spesso la gente lancia ad Hunger Games: “Ma è come Battle Royale!”

Allora… partendo dal discorso che ho fatto prima della ricerca di un target per questi adattamenti teen drama fantasy, potremmo anche dire: “ma è come Twilight!” Alla fine la figa e i due pretendenti ci sono.

Sbagliato. Dobbiamo sempre distinguere l’intenzione da quello che poi sarà il prodotto finito. Infatti, anche se molti prodotti condividono il solito target, la solita genesi, l’idea o il solito genere, non significa necessariamente che siano uguali. Come era quella cosa che esistono solo sette tipi di storie da raccontare, e tutto il resto sono rivisitazioni o surrogati?

Certo, il paragone viene facile, e in effetti ci sono moltissimi punti in comune con molti altri film simili, oltre che con quelli citati prima. Quindi è plausibile accostare Hunger Games ad altre storie d’avventura distopiche, ma alla fine ognuna di queste creazioni mantiene un suo tratto distintivo che la differenzia dalle altre, soprattutto per qualità e profondità di contenuti.

Figlio di questo filone sì, ma non da mettere con gli altri fratelli.

Hunger Games tra tutte le cose del genere che ho visto (o intravisto in certi casi) è forse uno dei più interessanti come messaggi e come riesce a veicolarli, creando alla fine un prodotto leggero e godibile che soddisfa una vasta fetta di pubblico e che ci fa accendere il cervello. Almeno in parte.

Attenti: spoiler a manetta senza fregarmene per un cazzo.


Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) è uno dei tanti abitanti di Panem, uno stato fittizio calato in un futuro distopico dove a seguito di una sanguinosa e devastante guerra siamo giunti ad un forzato accordo tra 12 distretti, in pratica delle regioni, e la capitale in cui i vincitori della guerra adesso tengono in mano le redini della società.

Subito si nota un forte accento sulla visione sociale in cui la storia è calata e subito capiamo che questa scelta narrativa, molto presente in tutti e quattro i film, farà da fondamenta per altri concetti fortemente dipendenti dal contesto antropologico creato.

I media. La guerra. La forza di un simbolo. La struttura politica di una popolazione. I Doveri. Il lavoro.

Tutti aspetti che assumono una faccia differente a seconda del contesto in cui sono calati, e se immersi in quello giusto trovano similitudini con l’attuale società che per certi versi è una versione di quella di Panem, molto meno esplicita. Ovviamente e fortunatamente.

Quindi: se nella capitale lo sfarzo e il benessere ci sono per tutti, senza distinzioni di sorta né un apparente sforzo per raggiungerlo, nelle colonie si vive ai margini della povertà costretti a lavori pericolosi e mal retribuiti. A tal proposito, trovo che sia molto interessante la scelta visiva del film di tenere ogni apparecchio o macchina stretta a questo concetto: se nella capitale le TV si accendono da sole, le macchine da presa non hanno bisogno di nessun operatore per essere manovrate ne installate (fateci caso, anche quando si vedono le preparazioni per i giochi o per le dirette il personale è inesistente o ridotto al minimo) e tutto è pulito senza che nessuno mai pulisca. Di contro, nei distretti per spostare un carretto ci vogliono 20 uomini forzuti.

Questo assurdo contrasto, a tratti paradossale, è un dettaglio che dipinge il divario tra le uniche due classi sociali del mondo, tra le classi sociali che contano davvero eliminando tutto quello che c’è nel mezzo e lasciando poco spazio all’immaginazione. La saga, dando un taglio netto alle sfumature, arriva diretta al punto e anche se spinge il piede sull’acceleratore del surreale il concetto arriva, magari inconsciamente, ma ti arriva.

Siamo al punto che i muri della sfarzosa capitale si montano da soli, mentre per le colonie un pezzo di pane è un sacrificio inumano, cosa che poi alla fine ci viene detta in due scene abbastanza simboliche:

Peeta (va sempre letto nel tono di Jennifer che strilla. Non tollero altre letture oltre a: “PEEEEETAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHIII!” – La ‘E’ si legge ‘I’, sennò sembra un goliardico scherzo da camerata) Mellark che lancia il pane verso una Katniss allo stremo delle forze.

E…

I preparativi per la diretta di Peeta (sapete come leggerlo) e Katniss nel secondo episodio in cui le telecamere ci sono e qualcuno le avrà montate. Oppure si montano da sole. Insomma, so’ lì. Anche se Effie Trinket (splendida Elizabeth Banks in questa quadrilogia, sicuramente uno dei personaggi più interessanti) esterna una preoccupazione sul doversi sbrigare nei preparativi è chiaro che non farà un cazzo. E’ chiaro che ci saranno e basta.


Sempre per rimanere nei messaggi sociali della saga prendiamo di petto un personaggio direi abbastanza fondamentale, il presidente Snow. Snow è un personaggio portato in schermo da un ispiratissimo Donald Suthterland che dipinge questo leader freddo e calcolatore in modo molto sentimentale. Mi piace un sacco questo personaggio e come fa pesare ogni sua apparizione in schermo.

Prima di tutto io non lo identifico come un vero e proprio villain anche se la saga ce lo propone così. Snow è un uomo con dei doveri sulla schiena che sa leggere il suo popolo e che capisce come dare ad ogni tipo di classe sociale quello che la stessa società, inconsciamente, domanda. Non è malvagio, è realista e conscio del peso che porta. Si capisce palesemente in due scene:

Nel primo film quando dice al game maker Seneka Crane: “Hope. It is the only thing stronger than fear. A little hope is effective. A lot of hope is dangerous. A spark is fine, as long as it’s contained.”

E…

Alla fine del quarto all’interno del gazebo, quando appare molto più compassionevole dei riottosi che dovrebbero essere identificati come i buoni.

Snow lo sa, sa che la guerra è dolore sa che il popolo deve essere governato e sa che ci sono due tipologie di classi sociali a cui deve far fronte: la classe benestante e morbosa, assuefatta ai media e all’apparire, e i distretti che sono sottomessi alle leggi del loro stato. Che possono essere più o meno ingiuste, ma sono comunque dedite a mantenere l’equilibrio. Un equilibrio che da sempre, con una costruzione sociale del genere, sarà squilibrato. Gli Hunger Games sono una esagerazione di questo divario necessario alla stabilità sociale, specchio di una realtà molto meno esasperata (per fortuna) ma a tratti simile.


Parlando di Hunger Games… Cosa sono? Non se n’è ancora parlato. Gli Hunger Games sono una ricorrenza annuale che obbliga i 12 distretti ad offrire alla capitale un ragazzo e una ragazza adolescente, scelti casualmente, per prendere parte ad un massacro show all’interno di un’arena. Ovviamente solo uno ne uscirà vivo. L’evento ha un grosso impatto mediatico per tutto lo stato e viene percepito in modo differente dalla popolazione: per la capitale è quasi una festa nazionale, per i distretti è un inasprimento della loro situazione.

Come per tutto anche i giochi, ovviamente punto focale della saga e soprattutto dei primi due film, sono un pretesto per esasperare questo dipinto sociale già al limite. I giochi, a detta di Snow, ricordano alla popolazione il loro posto tenendola in una sorta di stato catalettico: per la capitale sono una grossa distrazione che ovviamente rende cieco il popolo impedendolo di focalizzarsi su ben altro tipo di problemi, per i distretti hanno una funzione simile, fornire la speranza in qualcosa per alleviare la condizione tremenda in cui vivono.

Alla fine il vincitore dei giochi ottiene fama, successo, vive nel lusso, esce dalla sua attuale situazione di poveraccio qualsiasi e ha tutto quello che il popolino può bramare. Figa, soldi, lusso.

E’ il solito fine: annebbiare. I media sono usati come strumento di controllo totale. Portano speranza, intrattengono, promettono, instupidiscono, spesso sono causa o alimentano una situazione pessima. Vi ricorda nulla? Gratta e vinci, grandi fratelli vari, lotterie. Le grandi promesse della società che permettono a pochi di arrivare al premio, un egoistico miglioramento della propria situazione.

Perché A little hope is effective. A lot of hope is dangerous.


Qui la rottura, il gioco si rompe.

Si rompe quando Katniss si propone volontaria per proteggere la sorella, e quando alla fine dei primi giochi decide di non soddisfare la morbosità dello spettatore non uccidendo in accordo con Peeta. La scintilla di speranza si trasforma in un fuoco e l’equilibrio si rompe. Il castello di carte crolla, è un illusione.

Non esiste il pronostico sull’estrazione dei numeri del lotto, non esiste una redenzione così facile per l’individuo, è una vaccata veicolata da chi è incaricato di controllarti.

Katniss e Peeta però diventano loro malgrado dei simboli in mano ai media che inizieranno una disperata lotta d’immagine per aggiudicarsi queste icone di forza e ribellione. Da qui una delle cose più interessanti della saga, l’esasperazione di Katniss e la catartica liberazione alla fine del quarto capitolo.


Dicevamo, Katniss nella saga prende tre decisioni coscienti e influenti:

  1. Si propone al posto della sorella.
  2. Decide di non uccidere invalidando i giochi.
  3. Scaglia la freccia a Julianne Moore (Alma Coin).

Stop. Fine. Di decisioni influenti che poi avranno un impatto anche sugli eventi esterni ai giochi non né prenderà altre, certo come simbolo agirà sempre con cognizione di causa, è qui il punto.

Come simbolo.

A me piace molto questa cosa, l’impotenza di Katniss è chiara e palese, ne esce un personaggio forte ma realistico. E suo malgrado le prime due decisioni la trasformeranno in un simbolo controllato dai media. Completamente sballottato a destra e a sinistra senza possibilità di controllo degli eventi né di una catarsi, agognata per tre film e mezzo, che poi esploderà nella bellissima scena clou del quarto film. Katniss in questo è l’esempio perfetto del controllo mediatico. Sotto differenti luci e sulla bocca di tutti ha la forza di cambiare la marea ma è impotente, non è il grande fratello, (quello di 1984) ne è un meccanismo. Come tutti del resto, è solo differente. Questo è palese nel secondo e terzo film che sono i due miei preferiti perché due facce della solita medaglia e completamente focalizzati su questo aspetto della nostra eroina, su questa donna fortissima ma in balia delle acque.

In Catching Fire è in mano alla capitale che la usa per placare i primi sentori di rivolta dei distretti, in Mockingjay Part 1 è in mano ai ribelli dei distretti che la usano per ispirare le truppe e spingere la gente ad unirsi alla ribellione. Bello questo dualismo dei media nei due film centrali, che poi riporta alle mille facce della società in cui non c’è un giusto o uno sbagliato, il controllo sulle genti si esercita in un solo modo e quello è. Indipendentemente dai propositi.

Splendido quando nel quarto film si capisce che Katniss ormai come simbolo ha fatto il suo corso e ormai potrebbe avere un impatto mediatico solo come martire, l’apoteosi dello sfruttamento dell’immagine, e l’uso di Peeta nel terzo capitolo ridotto a immagine portata con la forza ad agire contro la propria volontà. Questa saga ha un ragionamento sui media invidiabile.


Apro una parentesi: Laura, un’amica che stimo molto, avida lettrice di praticamente ogni cosa mi ha detto: “Tutto quello che dici sui messaggi dei film è giusto. Ma i messaggi non sono merito dei film in primis visto che i romanzi precedenti alla saga cinematografica ci dicono le solite cose ma meglio, e non commettono gli errori della versione in pellicola. Il fatto che ti siano arrivati è solo un segno che nei libri sono veicolati bene” Premetto che non ho letto i romanzi, e che questo punto può essere assolutamente vero. Però mi chiedo: Non è comunque una buona cosa che una saga pensata per un pubblico teen una volta ogni tanto porti su schermo qualche bel messaggio sociale e politico oltre che due bacetti una figa e un po’ di botte? Secondo me è lodevole. Posso capire che per chi ha letto i romanzi questi film potrebbero essere sbrigativi e non propriamente completi, si vede anche senza averli letti in verità (ci si spende due parole dopo), però secondo me per chi non è a conoscenza della versione cartacea sono buoni prodotti e comunque tentano un approccio differente al genere. Cioè, non è di per se un problema che dicano la solita cosa dei romanzi ma peggio, se comunque il messaggio arriva.


Parlavamo del dualismo mediatico delle due società di Panem, quella della capitale e quella dei ribelli. Questo si sviluppa con più forza nel quarto film dove i ribelli diventano una minaccia esistente e pressante e dove i due mondi hanno la possibilità di incontrarsi. Mentre nel secondo e terzo film si esamina il solito argomento sotto due ottiche differenti: i media come controllo mentale, nel primo ci si concentra sulle diversità sociali. Alla fine della saga si arriva ad un punto di questo argomento abbastanza spinoso: Il potere al comando.

Quando si parla di politica, di potere, di comando, si arriva sempre al solito punto: è tutto uguale. O meglio, si conforma al bisogno sociale come sa bene Snow e come secondo me sa Alma Coin, capo dei ribelli a autoproclamatosi nuovo regnante di Panem dopo il colpo di stato.

Qui succedono due cose importanti: il nuovo potere si dimostra identico a quello appena detronizzato, e Katniss si libera di questa sua impotenza tagliando la testa all’idra che le aveva appena rigenerate.

Il potere alla fine questo è, un essere mitologico con un incredibile abilità rigenerante, impossibile ucciderlo con l’eliminazione fisica di una persona, esso fa parte dell’essere sociale, è una sorta di ‘Io’ della struttura esistenziale di uno stato. Se non ci fosse come controlleresti una massa di gente così enorme? Certo ci sono varie tipologie di potere, infatti dopo l’uccisione di Alma ci sono delle scene in cui un leader più retto prende le redini di quello che sarà un nuovo stato. Comunque si è sostituito un potere ad un altro, che dovrà mantenere comunque la struttura sociale esistente come base. Ci sarà sempre chi gode del comando e chi zappa il carbone, allora il punto è come si instaura il rapporto tra potere e chi lo subisce. Perché alla fine è tutto relativo, dipende da come guardi la cosa.

Snow è convinto dei suoi perché, ritene necessaria quella struttura sociale. Secondo me il potere da qualunque parti lo guardi è ingiusto per definizione, e si assume il fardello della struttura di uno stato facendo anche da capro espiatorio e da sfogo del malcontento. Ecco perché i giochi, ecco perché i media con i loro simboli di irraggiungibile libertà, magari adesso evitiamo di ammazzarci a vicenda ma una pezza davanti agli occhi te la devo mettere. E’ l’esasperazione del potere che porta ad una rottura, non il potere stesso che è inevitabile.

Esasperazione che infatti raggiunge il suo punto più alto con la liberatoria freccia finale di Katniss che nel sentire pronunciare ancora una volta “Hunger Games” realizza. Ma capisce.

Un bel momento per un bel messaggio, l’accettazione sociale ma non la sottomissione. 


Quindi! Quanti bei messaggi in questi Hunger Games, e quanti personaggi interessanti:

Splendido Stanley Tucci che dipinge questo mattatore mediatico delle dirette televisive dei giochi, tremendo nei cambi di umore e nel fingere compassione e divertimento. L’artefatto televisivo ipnotizzatore. Molto interessante.

Molto bella Elizabeth Banks con questo splendido personaggio in bilico tra due mondi, legata ai protagonisti ma assuefatta alle mode superflue degli inutili sfarzi della capitale. Fa di cognome Trinket no? Che significa gingillo, aggeggio, oggettino brillante. Belli tutti i personaggi tra due realtà: Hoffman, Harrelson, Lenny Cravitz.

Di Snow e di Katniss se ne è parlato anche troppo.

Bella la Moore che rappresenta l’altra parte di un potere corrotto.

Tutti (quasi) belli.


Ma allora ti piacciono questi Hunger Games? Ovviamente si. Soprattutto i messaggi che veicolano. Ma come film? Nel senso stretto del termine.

Facciamo una veloce analisi tecnica.

Questa saga come detto veicola tanti messaggi nel modo giusto, ma come tutte le cose non siamo davanti ad un perfetto centro, soprattutto per quanto riguarda la parte tecnica che soffre di un sacco di alti e bassi. Talvolta c’è una figata talvolta c’è una zotta. Nel solito film.

Il regista del primo è Gary Ross, nominato agli oscar per due film che sinceramente non ho visto, ma che viene riconosciuto soprattutto come sceneggiatore, si vede subito una competenza tecnica abbastanza buona soprattutto nelle scene di attesa, ma quando dirige le poche parti dove la CGI è molto presente si perde un po’ e risulta artefatto.

Dopo danno tutto in mano a Francis Lawrance che è più in tema con l’argomento action avendo girato Constantine e I am Legend, film comunque abbastanza mediocri. Diciamo che si limita a riprendere in mano lo stile tecnico del primo film senza osare troppo, azzecca la costruzione visiva di qualche veloce shots, dipinge bene la Lawrance e riprende spesso Josh (Peeta) dall’alto verso il basso che poverello è un tappetto e accanto a Jennifer fa una figura di merda. Nulla di memorabile, ma aiutato da una costumistica molto bella e dalle location suggestive riesce. Nel quarto c’è qualche scavalcamento di campo di troppo.

Tremende le sfilate, baracconate in CGI davvero poco piacevoli da vedere, e peccato che ricercando un pubblico vasto abbia eliminato praticamente ogni traccia di sangue o esplicito sbudellamento, lo capisco ma ci stava.

Ci sono comunque molte scene belle, le entrate nell’arena di Katniss sono bellissime! Con la camera che le gira attorno! Nel primo è spaventata e nel secondo è stordita dalla morte di un amico, i suoni ovattati la musica in crescendo il respiro affannoso, introduce molto bene.

Parlando di musica, detesto James Newton Howard. Ha sempre questo stampo facilone da prodotto televisivo. Il tema è pacchiano e ricerca un’orecchiabilità davvero troppo facile, il resto è tutto molto risentito e banale. Per me la musica in questi prodotti è importante e non sposo la scelta di questo compositore, farei una versione con Zimmer o Giacchino, come sono commerciale! Diciamo Horner.

Chiudiamo con lo svolgimento della trama. Ho sentito da più fonti amiche il lamentarsi per il triangolo amoroso tra Katniss e i due protagonisti maschili, che praticamente non c’è, al contrario dei romanzi. Per me è una scelta ottima. Personalmente è raro che mi interessi una cosa del genere e mi piace che ci si focalizzi sul resto, comunque in quattro film il rapporto tra i tre è coerente e mette sempre in primo piano la Lawrence e la sua umanità, la fa sembrare vera. Indecisa e impaurita. Mi piace molto.

I film si snodano in tre frangenti chiari, l’inizio la parte centrale che come ho detto più volte è praticamente il solito film sotto due punti di vista, e una chiusura che si lega all’apertura, molto bella questa costruzione concentrica. Nulla da dire sul fatto che il quarto sia il peggio e forse il secondo il migliore. Per me lo è. La saga apre e si sviluppa in modo interessante parlandoci dei personaggi e costruendo molte situazioni da risolvere, ma perde un po’ di mordente diventando frettolosa in chiusura lasciandoci con tanti personaggi messi fuori gioco con superficialità e con sub plot aperti e chiusi nel giro di qualche scena. Troppo spesso la costruzione dell’ultimo film è telefonata e anche se le scene di per se sono interessanti, come la parte di tensione nelle fogne, sono introdotte con troppa prevedibilità, spesso artefatte e poco funzionali. Si libera molto bene durante la risoluzione ma chiude in ritardo facendoci vedere scene di pace familiare un po’ troppo dovute dal brand e sinceramente non bellissime.


Basta basta chiudo.

Ricapitolando: bella saga dai toni teen drama fantasy non troppo spinti, con molti messaggi, tanti personaggi su cui concentrarci e tante scene belle da vedere. Violenza un po’ annacquata, qualche scivolone visivo di tanto in tanto, chiude in fretta e con troppa superficialità. Forse uno dei meglio prodotti del genere. Da assimilare con leggerezza ma sapendo che non assisteremo ad una stupidata totale. C’è da sopportare quei 20 secondi di sfilata dei pretendenti che fanno davvero schifo. Ma a me le sfilate mi fanno tutte schifo. Anche a Harry Potter 4 volevo morì. Anche per la strada. Mi fanno caa.

Fatelo vedé ai vostri figlioli e smettete di guardà Frozen dio £$&@!# che fa sgottare. Let it go let it go, ma ti levi di culo. Lei è anche strabica. Ma che cazzo c’entra?

Addio.


3 risposte a "The Hunger Games Saga"

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